Archive for the ‘Ansia’ Category

Un assaggio di Mindfulness: prendersi cura di sé con consapevolezza

domenica, marzo 15th, 2015

 

 

Spesso ci facciamo travolgere dalle correnti di pensieri ed emozioni legati al passato e al futuro e viviamo la nostra vita come se avessimo il “pilota automatico” sempre inserito, perdendo il contatto con noi stessi e con ciò che realmente viviamo nel qui e ora. Conduciamo la nostra esistenza,  come se stessimo affrontando costantemente una gara di corsa. Corriamo senza riprendere mai fiato, senza avere la possibilità di osservare cosa c’è intorno a noi e perdiamo di vista anche dove vogliamo andare.

La Mindfulness può aiutarci a rallentare o a dare una direzione nuova alla nostra corsa.

Con il termine Mindfulness si intende  un atteggiamento della mente intenzionale, non giudicante,  una   modalità di essere attenti, con la testa e con il cuore, al dispiegarsi dell’esperienza, nel momento presente. Consiste nell’imparare a coltivare un distanziamento e una relazione decentrata con i nostri pensieri, riuscendo a vederli solo come semplici prodotti della nostra mente, come interpretazioni della realtà e non come la realtà stessa.

Questa nuova relazione con i nostri pensieri volta alla flessibilità e all’apertura,  ci permette di dialogare in modo più funzionale e positivo con noi stessi e di instaurare rapporti più soddisfacenti ed equilibrati con gli altri.

Finalmente possiamo condurre il nostro percorso non più correndo e soprattutto liberi di saper scegliere la direzione da seguire.
Durata: 6 incontri di 2 ore giovedì 17,00- 19,00 aprile 2015

Destinatari

Il Corso è rivolto a chiunque desideri imparare a stare bene con se stesso e con gli altri. E’ particolarmente indicato a chi ha come obiettivo quello di migliorarsi e di trovare  nuove  strategie  e strumenti efficaci  per favorire il benessere psicologico e relazionale della persona.

Il Corso è a numero chiuso (massimo 15 partecipanti) con prenotazione obbligatoria

 

Come si svolge

Il percorso si svolge in 6 incontri di gruppo di 2 ore, a cadenza settimanale. Il programma prevede:

  • Un addestramento graduale ed intensivo alla pratica di consapevolezza ed esercizi di stretching dolce consapevole, per sciogliere le tensioni e prendere contatto profondamente con il proprio corpo e il proprio respiro
  • Esercizi e pratiche per imparare a disattivare intenzionalmente gli automatismi dei pensieri, lasciare andare la tendenza alla proliferazione mentale e al rimuginare sulle esperienze spiacevoli.
  • Condivisione delle esperienze in gruppo, con esercizi di comunicazione e ascolto consapevole.

 

Programma del corso

  • Mindfulness: caratteristiche e prerequisiti
  • Noi  e il nostro smog psicologico: depuriamo la nostra mente attraverso la mindfulness
  • Cogito quindi mi stresso: come gestire lo stress attraverso la mindfulness
  • Apriamo la nostra valigia emotiva e incontriamo le nostre emozioni: le emozioni tristi, le emozioni arrabbiate, le emozioni vietate, le emozioni liberatorie
  • Mindfulness nel quotidiano: impariamo a mangiare, a lavarsi a guidare consapevolmente
  • Io e gli altri: mindfulness e  comunicazione

Calendario incontri

16 aprile 2015

23 aprile 2015

30 aprile 2015

7 maggio 2015

14 maggio 2015

21 maggio 2015

 

 

Il costo del  corso è di 100 euro  si svolgerà presso la Misericordia di Sesto Fiorentino per ricevere informazioni o iscriversi contattare Dott.ssa Sara Alberti alberti.sara@email.it

Superare l’insonnia

domenica, gennaio 4th, 2015

 

Cos’è l’insonnia


 

E’ una difficoltà di addormentamento e/o di mantenere il sonno, una sensazione di sonno scarsamente riposante che si verifica nel 10% della popolazione adulta

Si verifica con una frequenza di tre o più volte a settimana

Comporta un tempo di addormentamento  e un tempo di veglia infrasonno di cira 30 minuti

La sua durata è di almeno 6 mesi

Determina una marcata alterazione del funzionamento emotivo, cognitivo, socio- lavorativo durante il giorno

 

Tipi di insonnia

L’insonnia può essere di due tipi:

Primaria: è un tipo di insonnia che è indipendente da una causa medica o psichica

Secondaria può essere associata:

  • Patologie di natura medica (stati febbrili, patologie cardiocircolatorie, respiratorie, neurologiche, tumori)
  • Disturbi psicologici (disturbi d’ansia, disturbi depressivi..)
  • Eventi o fasi di vita stressanti

 

Come si verifica l’insonnia: seguiamo il suo percorso

 

DIFFICOLTA’ DI DORMIRE

Si verifica la focalizzazione attentiva

  • Ho difficoltà a dormire
  • Come faccio, se non riposo no lavorerò bene
  • Devo dormire a tutti i costi, ho delle giornate impegnative

Il sonno da comportamento automatico diventa pianificazione deliberata

  • Si investono molte energie
  • Si mettono in atto molte strategie volte al miglioramento del sonno

 

 

 

Le strategie messe in atto risultano poco efficaci

 

 

Si  verifica la autovalutazione continua del sonno e registrazione degli insuccessi

 

 

Sviluppo di componenti emozionali disfunzionali

Rabbia, ansia, paura

 

 

Sforzo

  •  Devo dormire per forza, mi devo impegnare

Consolidamento dell’insonnia

 

 

 

 

 

 

Le conseguenze dell’insonnia

  • Stanchezza sonnolenza e affaticabilità durante il giorno
  •  Problemi di concentrazione (sensazione che il cervello sia spento)
  •  Irritabilità e instabilità dell’umore, sensazione di maggiore vulnerabilità
  • Difficoltà nella vita quotidiana, familiare e lavorativa

 

Curare l’insonnia in 8 settimane

  1. Ricostruzione della propria storia personale inerente all’insonnia
  2. Ricostruzione della propria insonnia
  3. Comprensione del sonno e dell’insonnia
  4. Igiene del sonno: come fare per dormire meglio
  5. Tecniche di rilassamento
  6. Combattere la mente che pensa troppo (2 incontri)
  7. Valutazione degli obiettivi raggiunti o in via di completamento

 

 

 

 

assertività: un passepartout per ben- essere

venerdì, novembre 28th, 2014

Durata: 5 incontri di 2 ore giovedì 17-19

Destinatari

Il Corso è rivolto a chiunque desideri imparare a stare bene con se stesso e con gli altri. E’ particolarmente indicato a chi ha come obiettivo quello di migliorarsi e di trovare  nuove  strategie  e strumenti efficaci  per favorire il benessere psicologico e relazionale della persona.

Il Corso è a numero chiuso (massimo 15 partecipanti) con prenotazione obbligatoria

 

Programma incontri

  • Capacità di prendere decisioni (decision making): un tiro alla fune tra paura di sbagliare e voglia di cambiamento
  •  Spegniamo l’incendio: capacita di gestione del conflitto e risoluzione dei problemi (problem solving)
  •  La comunicazione ecologica: capacità di esprimere in modo adeguato e libero le proprie opinioni, stati d’animo, bisogni e  no, senza sentirsi in colpa
  • Sviluppare l’ottimismo: quando un sassolino diventa una montagna
  • Il tagliando assertivo: mettiamo alla prova la nostra assertività (uscita in gruppo per sperimentare ciò che abbiamo imparato)

Calendario date incontri

15 gennaio 2015

22 gennaio 2015

29 gennaio 2015

5 febbraio 2015

12 febbraio 2015

Il corso si terrà presso la Misericordia di Sesto Fiorentino Piazza San Francesco 37-39.

Costo del corso 80 euro

Il corso sarà tenuto dalla Dott.ssa Sara Alberti psicologa psicoterapeuta cognitivo comportamentale

Qualora siate interessati, confermate direttamente alla Dott.ssa Sara Alberti la vostra adesione tramite mail (alberti.sara@email.it)

La vera meta: Accogliere la vita e far nascere ogni giorno un nuovo te stesso

sabato, agosto 31st, 2013

La vera meta

Accogliere la vita e far nascere ogni giorno un nuovo te stesso

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Come fare?

 

1)      evita le trappole mentali

  • rimpiangere i sogni mai realizzati
    (avrei potuto fare carriera invece ho fatto solo la mamma)
  • Dare la colpa a qualcuno o qualcosa
  • Pensare di aver fatto abbastanza di non aver bisogno di nuovi incontri
    (solo le persone che mi conoscono da una vita mi possono capire)
  • Darsi obiettivi e scopi rigidi

(devo sposarmi da giovane altrimenti rimarrò sola)

  • Crearsi aspettative sulla base di modelli esterni

(se non mi chiede di andare a convivere vuol dire che non ci tiene abbastanza)

  • Mettere al primo posto quello che gli altri pensano di te

(non gli sono piaciuto ho sicuramente qualcosa che non va)

 

 

 

2)      inizia a dire qualche NO

ognuno ha il suo percorso non puoi fare quello che gli altri ti impongono

  • Scrivi in una lettera la tua dichiarazione di indipendenza
  • Impara ad opporti, sperimenta l’opposizione, impari e scopri così chi sei e quello che fa per te
  • Dai più  spazio a te stessa e meno ai  sensi di colpa

 

3)     Accogli i fallimenti

solo nei momenti di crisi può nascere una nuova immagine di te

  • Le crisi portano alla luce lati di te che avevi messo in ombra, senza i quali il viaggio non diventa il TUOS VIAGGIO
  • Se ti pare di essere in un tunnel non maledirlo ma arredalo (osserva te stesso in crisi, otterrai idee e risposte per cambiare)

 

 

4)    Affronta la difficoltà

Vista dall’alto ogni salita è una discesa

  • Accogli in senso di scoraggiamento

E’ fondamentale accettare il primo momento di disorientamento di fronte a una forte difficoltà. Accettare non significa lamentarsi o fare previsioni pessimistiche, ma riconoscere che c’è un problema.

  • Evita le analogie con il passato

Non collegare subito la difficoltà presente a eventuali fallimenti del passato, come se un destino fosse già scritto. Solo vivendola per ciò che è potrai individuarne la caratteristiche e le cause e impostare così una strategia di soluzione. E potrai valutare se c’è la necessità o meno di un cambiamento

  • Cambia punto di vista

Una volta appurato che vuoi davvero superare questa difficoltà, non puntare sulle risorse visibili e su come ti senti ora, prova e prefigurarti cosa desideri che accada anche se ti sembra lontanissimo. Così attivi risorse più profonde, più creative che ti consentono di vedere le cose da altri punti di vista e notare al volo soluzioni prima invisibili

 

5)     Non viaggiare in autostrada macinando KM ma scopri e attraversa sentieri e strade laterali, rivedendo i piani, accettando le deviazioni e gli imprevisti.

Esci da un ruolo fisso e conosci te stesso

 

 

6)     Guarda il tuo limite, quella è la tua risorsa

  • Non cercare di raggiungere la perfezione, l’importante è fare del proprio meglio
  • Accetta e perdona ciò che non va di te

L’insicurezza

sabato, agosto 31st, 2013

Incertezza
L’insicurezza è una condizione emotiva di cui tutte le persone normalmente fanno esperienza.
Si manifesta, prevalentemente, con una sensazione di smarrimento che fa dubitare di quello che si pensa e fa temere di prendere decisioni sbagliate.
Questa sensazione, spesso, è legata a circostanze temporanee e definite; cioè, si manifesta in concomitanza ad eventi importanti della vita (la perdita di una persona cara, il cambio di lavoro o di città, la fine di una relazione sentimentale, ecc.) che, più di altri, mettono la persona in discussione.
L’insicurezza, di per sé non è dannosa; anzi, in alcuni casi, può essere utile a farci compiere la scelta più giusta ed è, quindi, funzionale alla persona.
Tuttavia, l’insicurezza può diventare patologica quando, anziché essere legata ad una specifica situazione, diventa una sensazione che persiste nel tempo, che interessa più ambiti e che si fa sentire anche rispetto a banali decisioni quotidiane. Diventa un tratto di personalità che guida e condiziona quasi tutte le attività. In questi casi, l’insicurezza porta con sé la mancanza di fiducia nelle proprie capacità, l’abbassamento dell’autostima, un forte senso di fallimento, il timore di non essere in grado di fare le cose nel modo migliore e, addirittura, il timore di non riuscire a farsi volere bene dalle altre persone.
Tutto questo si esprime con diversi tipi di comportamento che, a seconda dei casi, possono essere più o meno patologici e che possono invalidare la vita di una persona

 

Le possibili cause dell’insicurezza

 

  • La mancata formazione della fiducia di base: con questo termine intendiamo quella considerazione positiva di sé che nasce nel bambino come diretta conseguenza della considerazione positiva manifestata nei suoi riguardi dalle persone più significative che lo circondano. Il bambino infatti inizialmente non è ancora capace di vedersi e valutarsi con i propri occhi e ha di se stesso un’immagine riflessa, quella cioè che vede negli occhi, innanzitutto, della madre e del padre. Se questa immagine è positiva egli acquisirà una considerazione positiva di sé, se invece è svalutativa, avverrà il contrario.
  • Il rapporto con il genitore o figure significative in particolar modo:

–       rifiuto o scarsa accettazione da parte del genitore

–       etichette familiari (il buono, il figlio inconcludente, il piccolo di casa…)

–       influenza di modelli familiari

  • Il perfezionismo: si tratta dell’insicurezza di chi non si accontenta mai delle proprie prestazioni ritenendole sempre lontane da quelle a cui si aspirerebbe. L’insicuro perfezionista mira sempre troppo in alto sentendosi spesso deluso, sconfitto e inadeguato
  • Traumi sociali o ambientali:

– eventi traumatici improvvisi e/o imprevedibili (malattie, catastrofi, perdita del lavoro, precarietà …)


Le difese

difese
La persona insicura per fronteggiare il suo disagio può mettere in atto delle strategie difensive che inizialmente risultano funzionali, in quanto aiutano l’insicuro ad evitare e ad non esporsi alla sofferenza che l’insicurezza genera, ma che se cronicizzate si rivelano responsabili di un comportamento relazionale controproducente per il benessere psicologico della persona.

Le strategie difensive più frequenti sono:

 

  • La chiusura


“se con gli altri sto male, preferisco stare da solo”

 

  • La fuga

“visto che non ce la faccio scappo”

 

  • L’evitamento

“non mi sento sicuro, quindi mi ritraggo”

 

  • L’acquiscenza

“non chiedo e non mi  oppongo per non essere rifiutata”

 

  • L’immobilità

“ ho paura di sbagliare, quindi non mi muovo”

 

  • La dipendenza:

“non ce la faccio, quindi mi aggrappo”

 

  •  La rinuncia al legame affettivo

“meglio senza di te che con te”

 

  • La ricerca insaziabile d’amore

“dimostrami che mi ami perché non ci credo”

 

  • L’ inseguimento di chi ci rifiuta

Più ti allontani più ti voglio

 

  • La seduttività


“Seducendoti, ti costringerò ad apprezzarmi”

 

  • L’eccesso di generosità

“Se non mi accetti per ciò che sono lo farai per ciò che ti do”

 

  • Il trasformismo camaleontico

“Sono come tu mi vuoi”

 

  • La finta forza

“Vi faccio vedere io chi sono”

 
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  • Il discredito dell’altro
  • “Più ti svaluto, più valorizzo me stesso”

     

    • La permalosità

    “Se mi critichi non ti perdono”

     

    • La rigidità

    “Sto bene così e non cambio”

     

    • La testardaggine

    “Guai a chi mi dice cosa devo fare”

     

    • Il vittimismo

    “Se non mi faccio compatire non mi presti attenzione”

     

    • Il rifiuto dell’aiuto

    Non voglio essere di peso a nessuno, quindi non voglio aiuto”

    Cosa fare?

     

    • Esplorare

    andare indietro nel tempo per capire da dove, da che

    cosa, da chi, la propria insicurezza possa essere

    originata

    • Comprendere

    Cercare di individuare i propri condizionamenti e le proprie difese che inizialmente sono state adottate per diminuire il disagio e che poi invece cronicizzandosi hanno generato disagi forse maggiori

     

    • Agire</span>

    Osservare molto attentamente le proprie reazioni emotive e i propri comportamenti attuali nel quotidiano, ricollegandoli ai propri condizionamenti e alle proprie difese, riconoscendoli come nocivi e quindi combattendoli per poterli eliminare.

     

    Ricordiamoci, infine, che così come la paura assecondata aumenta la paura, il coraggio conquistato incrementa il coraggio

     

    Ipocondria: cos’è

    lunedì, febbraio 11th, 2013

     

     

    L’ipocondria viene definita la preoccupazione  dovuta alla convinzione di avere una malattia grave. Tale convinzione erronea è causata dall’ interpretazione scorretta di alcune sensazioni corporee e persiste nonostante un’accurata valutazione medica escluda la presenza di una condizione di patologia tale da giustificare la preoccupazione ipocondriaca.

    L’Ipocondria può insorgere a qualsiasi età  anche se si sviluppa più spesso nella prima età adulta . E’ ugualmente comune in uomini e donne  e tipicamente insorge durante periodi di intenso stress, durante o dopo una grave malattia oppure dopo la perdita di un famigliare. L’ipocondria ha una durata superiore ai 6 mesi, ha spesso un decorso cronico, persiste per anni nel 50% dei casi.

    Le origini

    Il soggetto ipocondriaco ha un’immagine di sé caratterizzata dalla convinzione di essere una  persona fragile, vulnerabile  debole. Tale credenza è piuttosto generale e globale, ma costituisce uno dei perni intorno al quale si costruisce il senso della propria identità.
    Essa si forma nella prima infanzia nell’ambito delle relazioni con le figure significative di riferimento: spesso la figura d’attaccamento rispecchia tale immagine di debolezza in modo sistematico, ripetitivo, sia con messaggi espliciti che con atteggiamentiiperprotettivi.
    Va anche considerato che di solito le figure affettivamente significative nella vita adulta del paziente ipocondriaco confermano questa immagine.

    L’immagine di debolezza che il soggetto ipocondriaco tende ad avere di se stesso ha diverse sfumature. E’ non solo debolezza sul piano fisico, intesa come vulnerabilità alle malattie e come facile stancabilità, ma è anche debolezza sul piano psicologico intesa come tendenza a provare emozioni esagerate, ad avere difficoltà nel controllarle e dunque a poterne essere sopraffatti e impazzire.

    Tre scopi sono abitualmente coinvolti nei problemi ipocondriaci:

    • lo scopo di non essere malati;
    • lo scopo di non essere persone deboli e, connesso a questo, anche di non essere esageratamente ansiosi;
    • lo scopo di rispettare una regola di prudenza e perciò di essere all’altezza delle proprie responsabilità.

    Molto spesso, almeno in tutti i soggetti ipocondriaci con capacità critica, la preoccupazione ipocondriaca è considerata dai soggetti stessi una reazione esagerata che proprio perché tale, compromette lo scopo di ‘non essere deboli’ poiché facilmente suggestionabili, troppo emotivi, non pacati

     

    Come si manifesta

    Tipicamente, il soggetto ipocondriaco tende a sovrastimare  sensazioni corporee guidato dalla paura o dalla possibilità di poter contrarre una malattia grave e, nel tentativo di scongiurare questa possibilità, cerca costantemente rassicurazioni sia da parte dei medici che lo hanno in carico che attraverso la ricerca frequente di  informazioni sulla malattia da fonti diverse.

    Spesso, adotta  uno stile di vita simile a quello di un malato cronico o di un invalido ed evita attività che richiedono degli sforzi nel timore che questo possa nuocere alla  sua integrità fisica. Soffre molto e si lamenta della  salute parlandone lungamente con chiunque si renda disponibile ad  ascoltarlo. Questa modalità d’interazione con gli altri conduce spesso il soggetto ipocondriaco ad un progressivo logorio delle relazioni interpersonali, sia al di fuori che all’interno del nucleo familiare. .

    Anche le relazioni sociali e lavorative, infatti, vengono significativamente compromesse poiché l’ipocondriaco richiede continuamente rassicurazioni, non si sente compreso, pretende un trattamento privilegiato, monopolizza le discussioni su tematiche inerenti la propria malattia,  effettua eccessive  assenze dal lavoro.

    Il soggetto ipocondriaco, infine,  tende a mettere in atto comportamenti disadattivi con l’obiettivo di alleviare sofferenze e paure.  Questi comportamenti tendono a ripetersi e perpetuarsi nel tempo perché, nel breve termine, riducono l’ansia del soggetto. Nel lungo periodo, però, tali comportamenti mantengono in vita il disturbo. Vediamo come:

    – Maggiore è la quantità di tempo che il soggetto trascorre discutendo della propria salute, maggiore è la quantità di informazioni che raccoglierà circa eventuali condizioni mediche gravi e maggiore, di conseguenza, sarà la sua preoccupazione.

    – Rivolgendosi costantemente agli altri significativi per chiedere aiuto e rassicurazione, il soggetto ipocondriaco rinforza un’idea di sé stesso in quanto debole, vulnerabile, fragile e bisognoso degli altri

    –  Chiedere rassicurazione ai propri medici circa l’essere o meno affetti da una determinata patologia, espone a maggiore rischio di subire procedure diagnostiche (a volte non necessarie) che acutizzano l’ansia

    –  Non poter dare al paziente l’assoluta certezza dell’assenza del disturbo (raramente i test medici sono sicuri al 100% ma lo sono, magari, al 99%), lascia al soggetto spazio per dubitare dell’accuratezza della diagnosi medica (“Il dottore dice che il test è negativo ma forse ha sbagliato qualcosa”). Le persone incapaci di tollerare l’incertezza delle diagnosi mediche spesso persistono nel cercare rassicurazione nella speranza di ottenere test o diagnosi che possano fornire dati certi al 100%. Ovviamente, l’impossibilità di ottenere una diagnosi sicura al 100% non fa altro che alimentare la necessità di cercarla.

    Trattamento

    Dall’ipocondria si può guarire. Lo studio approdo vi offre questa possibilità  attraverso il trattamento cognitivo comportamentale che mira a:

    – una corretta psicoeducazione che contenga tutte le informazioni relative alla natura e al trattamento dell’ipocondria e che si basi su una formulazione del caso personalizzata e condivisa con il paziente
    – l’individuazione delle principali credenze disfunzionali del paziente e la promozione di interpretazioni alternative dei sintomi, dello stato di salute in generale e della propria vulnerabilità alla malattia
    – la riduzione dei fattori di mantenimento del disturbo quali la ricerca di rassicurazione, il body checking, l’evitamento ..
    – lo sviluppo di abilità di gestione dell’ansia
    – la riduzione del comportamento “da malato”, con ripristino del normale regime di attività
    – un lavoro sugli schemi cognitivi sottostanti (core belief di vulnerabilità)
    – l’intervento per l’elaborazione di eventuali traumi scatenanti

    Crisi economica nemica dell’autostima e amica della depressione

    domenica, settembre 16th, 2012

     

    Tempi duri. Recentemente la disoccupazione ha superato l’8,5% e quella giovanile sfiora il 30%. La crisi economica costringe un po’ tutti a “tirare la cinghia” ma per quanti perdono il lavoro, questa è ben più di una metafora.

    La perdita del lavoro mette in crisi non soltanto la condizione economica di chi ne è colpito, ma la sua persona in quanto tale: l’immagine  che abbiamo di noi stessi, elemento essenziale per il benessere psicologico e l’equilibrio emotivo, dipende fortemente dal nostro ruolo sociale, e, quindi, anche dal lavoro.

    La perdita di ruolo, inoltre, può trascinare con sé anche l’interruzione di molte relazioni sociali e il senso di sicurezza che danno.

    Queste due componenti di un possibile crollo psicologico pesano di più se sono tanti gli anni dedicati al lavoro e quanto più prestigiosa era la posizione raggiunta.

    Come se non bastasse, alla perdita del lavoro può far seguito una perdita di autostima, un fattore che dipende dalla causa a cui si attribuisce la responsabilità di quanto successo.

    Così, se si è di fronte a una riduzione del personale che colpisce un intero reparto, la condizione subita non viene attribuita a se stessi, ma a fattori esterni. Invece del senso di colpa possono intervenire la percezione di un’ingiustizia subita, la consapevolezza di essere di fronte a un problema comune. Ma quando il licenziamento colpisce  indiscriminatamente è facile finire per incolpare se stessi.

    Inoltre se la disoccupazione perdura a lungo il crollo dell’autostima risulta più significativo.

    All’inizio, come per ogni perdita, si tende ad assumere un atteggiamento di rifiuto rispetto a quanto avvenuto, accompagnato dall’idea che in un modo o nell’altro se ne verrà fuori.

    Se però per mesi non si profila l’opportunità di un nuovo lavoro e i tentativi di trovarlo sono sistematicamente frustrati, inizia a far capolino il pessimismo e l’idea di essere incapaci di adattarsi a nuove situazioni  e a colpevolizzarsi per il perdurare della situazione. Da qui alla rassegnazione e al ripiegamento su se stessi il passo è breve.

    E’ possibile resistere a questa spinta negativa? La capacità di rispondere alle avversità, varia da persona a persona ed è legata a quella che noi psicologi chiamiamo resilienza, un termine preso in prestito dalla fisica che indica la capacità di un materiale sottoposto ad una pressione di non rompersi e di tornare alla propria forma originale.

    Il livello di resilienza di ciascuno di noi dipende da molti fattori, dalla nostra genetica, al rapporto con i nostri genitori, dall’ambiente che ci circonda fino alle nostre convinzioni, ma la cosa importante è che la resilienza non è fissata una volta per tutte ma è un processo che può essere sviluppato e accresciuto.

    Come fare per accrescere questo processo?

    • Puntare prima sulla conoscenza di se stessi, ponendo l’attenzione sui propri limiti e sulle proprie potenzialità
    • Potenziare la valutazione cognitiva degli eventi attraverso il lavoro sui pensieri automatici, sulle trappole cognitive e sul sistema di convinzioni.
    • Sviluppare  abilità e risorse personali come la flessibilità cognitiva di fronte ai problemi, il senso dell’ autoefficacia e delle capacità volizionali.
    • Adeguamento delle aspettative e degli obiettivi e l’acquisizione dell’ottimismo realistico.

    Tutto questo può  sostenere e tenere in equilibrio la propria autostima che può essere un valido alleato in questo momento di difficoltà. L’autostima non ci darà la possibilità certa di trovare un nuovo lavoro ma ci consentirà di mantenere vive e attive le nostre energie e risorse che sono fondamentali per fronteggiare la crisi

    Stress da rientro

    venerdì, settembre 14th, 2012

    Irritabilità, senso di stordimento, calo dell’attenzione, mal di testa, dolori muscolari, disappetenza, possono essere tutte manifestazioni del cosidetto stress da rientro, stato di tristezza post vacanza che, secondo le statistiche, colpisce circa un italiano su dieci, dai 25 ai 45 anni e che ha una durata che oscilla da una settimana ad un mese.

    La ragione del repentino mutamento del nostro umore è, il più delle volte, il rapido cambiamento delle abitudini : se durante le vacanze siamo stati rilassati e occupati in attività che non comportano particolari obblighi o impegni mentali, il ritorno a casa e al lavoro rappresenta la ripresa dei ritmi di tutti i giorni e delle responsabilità della vita quotidiana.

    Questi cambiamenti, soprattutto se avvengono in maniera brusca, possono causare una compromissione dei delicati equilibri dell’organismo.

    Ma il rientro dalle vacanze deve essere per forza traumatico? Bastano alcuni accorgimenti per ripartire senza stress.

    • E’ importante prepararsi in anticipo e in modo progressivo al cambiamento e programmare qualche giorno di riposo prima della data effettiva del rientro.
    • Riprendere la vita quotidiana in modo graduale non facendosi prendere dal panico dalla mole di lavoro che , probabilmente si è accumulata durante la nostra assenza.
    • Almeno nella prima settimana è meglio puntare su obiettivi più piccoli e lasciare per un secondo momento i progetti di lavoro più complessi e ambiziosi.
    • Provare a fare qualcosa di speciale o di diverso che ti rilassi e che aiuti positivamente il rientro
    • Imparare ad apprezzare i fine settimana e riuscire a pianificare il tempo libero al meglio

     

    Buon rientro e buona quotidianeità a tutti!!

    La timidezza: da nemico a risorsa

    venerdì, settembre 14th, 2012

    La timidezza può essere definita un disagio di fronte ad estranei che si manifesta in un comportamento esitante, ritroso o impacciato in situazioni di natura sociale.

    La timidezza può essere occasionale quando fa la sua comparsa in situazioni nuove o comunque insolite per il soggetto, o tipica dovuta a un senso di inferiorità da addebitare ad una scarsa confidenza con se stessi o ad errori educativi in riferimento alla socializzazione.

     

    Le manifestazioni della timidezza

    Le manifestazioni fisiologiche che caratterizzano il timido sono legate a:

    –         disturbi della secrezione: eccessiva sudorazione, mancanza di salivazione, deglutizione anormale;

    –         disturbi della parola e della respirazione: contrazioni del torace, corde vocali rigide che implicano parola strozzata, respiro corto, balbuzie, respirazione aritmica, cambiamento di voce che talvolta è molto bassa ed incomprensibile;

    –         rigidità muscolare: incapacità di coordinare volontariamente i movimenti, esitazione, facilità di inciampare, di rompere oggetti, mancanza di equilibrio;

    –         sensazioni che il cuore stia per cedere, spossamento, rossore, stato di passività una volta terminata la crisi.

     

    Alla base di queste manifestazioni fisiologiche, vi sono manifestazioni psicologiche che sono le più numerose e che accomunano tutte le diverse forme di timidezza: innanzitutto si restringe in modo significativo la capacità di osservazione e il campo della coscienza. Una cosa soltanto colpisce il timido: la circostanza che lo intimidisce.

    La paura può essere avvertita come un’oppressione interna spaventosa insieme alla sensazione di soffocare e può anche essere seguita da intontimento e da inerzia, si fa forte il desiderio di fuga e il tentativo di respingerlo non fa che aumentare la paura.

    Questa sofferenza può essere generata anche alla sola idea di dover affrontare una situazione che si conosce e che si considera pericolosa, come ad esempio il rifiuto di partecipare ad una riunione, ad un pranzo o ad un appuntamento. Il rifiuto anticipato di tali situazioni fa spesso scatenare nei timidi dei malesseri fisici come mal di stomaco, senso di oppressione, aumento della frequenza cardiaca.

     

    Le famiglie della timidezza

    La timidezza può essere classificata in 6 grandi famiglie:

     

    –         Timidezza d’azione: è la paura di disturbare l’altro. I timidi di azione non vorrebbero contraddire gli altri per nessun motivo, non vorrebbero mai trovarsi a dover prendere un’iniziativa che potrebbe metterli a rischio di tradire un disaccordo da parte loro. A proprio agio in pubblico, non si oppongono mai, rifuggono le discussioni, evitano di porre domande precise durante le conversazioni. La loro paura del conflitto riflette il timore di essere poco stimati.

    –         Timidezza di prestazione: è l’impressione ossessiva e paralizzante che gli altri siano lì per giudicarci.

    –         Timidezza del quotidiano: gli incontri con un vicino, le chiacchiere con i colleghi possono essere un supplizio. I timidi del quotidiano temono sguardi, silenzi, situazioni di stasi. Il massimo del disagio a volte consiste nel percorrere un tragitto in automobile con una persona che non si conosce. Senso di paralisi, sudorazione e tensione interna riflettono questa paura di non saper funzionare la conversazione.

    –         Timidezza della rivelazione di sé: in questo caso la paura riguarda la rivelazione di sé. Questa famiglia di timidi in genere sono a proprio agio nelle conversazioni quotidiane ma si bloccano quando si sfiora la loro vita personale. Li si conosce da anni e ci rende conto di non saper niente di loro.

    –         Timidezza di visibilità: questa timidezza corrisponde all’angoscia di trovarsi a incrociare sguardi. Il timido di visibilità detesta,  per esempio, passare davanti ad un caffè all’aperto con le persone sedute ai tavoli.

     

     

    I timori della persona timida

    I rischi ed i timori percepiti dalla persona timida sono fondamentalmente 3:

    • Timore di non riuscire a controllare l’intensità del proprio disagio nei diversi contesti sociali
    • Timore di non controllare i segni visibili e fisiologici del suo disagio
    • Timore di essere respinto come naturale conseguenza del sentirsi a disagio

     

    Ma da che cosa può dipendere l’eccessiva timidezza?

    La timidezza può dipendere da una gestione inadeguata della propria emotività. La persona non riesce a temperare e a regolare le emozioni, queste possono emergere rapidamente e in maniera impetuosa, incontrollata, generare turbamento e inibire l’azione, il progetto o il desiderio della persona. In seguito a questo turbinio di emozioni la persona sperimenta un sentimento di frustrazione e di inferiorità nel relazionarsi con gli altri e nello stare positivamente a contatto con il mondo.

     

     

    Gestire la propria emotività e trasformare la timidezza da nemica a compagna di viaggio si può.

    Lo studio Approdo offre questa possibilità attraverso training individuali o training misti costituiti da incontri individuali e di gruppo volti alla focalizzazione del problema, al potenziamento della propria consapevolezza e conoscenza di sé e alla condivisione e universalizzazione delle difficoltà, acquisendo nuove pratiche relazionali più funzionali.

    chi accudisce chi

    domenica, settembre 25th, 2011

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