Archive for the ‘Ansia sociale’ Category

Superare l’insonnia

domenica, gennaio 4th, 2015

 

Cos’è l’insonnia


 

E’ una difficoltà di addormentamento e/o di mantenere il sonno, una sensazione di sonno scarsamente riposante che si verifica nel 10% della popolazione adulta

Si verifica con una frequenza di tre o più volte a settimana

Comporta un tempo di addormentamento  e un tempo di veglia infrasonno di cira 30 minuti

La sua durata è di almeno 6 mesi

Determina una marcata alterazione del funzionamento emotivo, cognitivo, socio- lavorativo durante il giorno

 

Tipi di insonnia

L’insonnia può essere di due tipi:

Primaria: è un tipo di insonnia che è indipendente da una causa medica o psichica

Secondaria può essere associata:

  • Patologie di natura medica (stati febbrili, patologie cardiocircolatorie, respiratorie, neurologiche, tumori)
  • Disturbi psicologici (disturbi d’ansia, disturbi depressivi..)
  • Eventi o fasi di vita stressanti

 

Come si verifica l’insonnia: seguiamo il suo percorso

 

DIFFICOLTA’ DI DORMIRE

Si verifica la focalizzazione attentiva

  • Ho difficoltà a dormire
  • Come faccio, se non riposo no lavorerò bene
  • Devo dormire a tutti i costi, ho delle giornate impegnative

Il sonno da comportamento automatico diventa pianificazione deliberata

  • Si investono molte energie
  • Si mettono in atto molte strategie volte al miglioramento del sonno

 

 

 

Le strategie messe in atto risultano poco efficaci

 

 

Si  verifica la autovalutazione continua del sonno e registrazione degli insuccessi

 

 

Sviluppo di componenti emozionali disfunzionali

Rabbia, ansia, paura

 

 

Sforzo

  •  Devo dormire per forza, mi devo impegnare

Consolidamento dell’insonnia

 

 

 

 

 

 

Le conseguenze dell’insonnia

  • Stanchezza sonnolenza e affaticabilità durante il giorno
  •  Problemi di concentrazione (sensazione che il cervello sia spento)
  •  Irritabilità e instabilità dell’umore, sensazione di maggiore vulnerabilità
  • Difficoltà nella vita quotidiana, familiare e lavorativa

 

Curare l’insonnia in 8 settimane

  1. Ricostruzione della propria storia personale inerente all’insonnia
  2. Ricostruzione della propria insonnia
  3. Comprensione del sonno e dell’insonnia
  4. Igiene del sonno: come fare per dormire meglio
  5. Tecniche di rilassamento
  6. Combattere la mente che pensa troppo (2 incontri)
  7. Valutazione degli obiettivi raggiunti o in via di completamento

 

 

 

 

assertività: un passepartout per ben- essere

venerdì, novembre 28th, 2014

Durata: 5 incontri di 2 ore giovedì 17-19

Destinatari

Il Corso è rivolto a chiunque desideri imparare a stare bene con se stesso e con gli altri. E’ particolarmente indicato a chi ha come obiettivo quello di migliorarsi e di trovare  nuove  strategie  e strumenti efficaci  per favorire il benessere psicologico e relazionale della persona.

Il Corso è a numero chiuso (massimo 15 partecipanti) con prenotazione obbligatoria

 

Programma incontri

  • Capacità di prendere decisioni (decision making): un tiro alla fune tra paura di sbagliare e voglia di cambiamento
  •  Spegniamo l’incendio: capacita di gestione del conflitto e risoluzione dei problemi (problem solving)
  •  La comunicazione ecologica: capacità di esprimere in modo adeguato e libero le proprie opinioni, stati d’animo, bisogni e  no, senza sentirsi in colpa
  • Sviluppare l’ottimismo: quando un sassolino diventa una montagna
  • Il tagliando assertivo: mettiamo alla prova la nostra assertività (uscita in gruppo per sperimentare ciò che abbiamo imparato)

Calendario date incontri

15 gennaio 2015

22 gennaio 2015

29 gennaio 2015

5 febbraio 2015

12 febbraio 2015

Il corso si terrà presso la Misericordia di Sesto Fiorentino Piazza San Francesco 37-39.

Costo del corso 80 euro

Il corso sarà tenuto dalla Dott.ssa Sara Alberti psicologa psicoterapeuta cognitivo comportamentale

Qualora siate interessati, confermate direttamente alla Dott.ssa Sara Alberti la vostra adesione tramite mail (alberti.sara@email.it)

L’insicurezza

sabato, agosto 31st, 2013

Incertezza
L’insicurezza è una condizione emotiva di cui tutte le persone normalmente fanno esperienza.
Si manifesta, prevalentemente, con una sensazione di smarrimento che fa dubitare di quello che si pensa e fa temere di prendere decisioni sbagliate.
Questa sensazione, spesso, è legata a circostanze temporanee e definite; cioè, si manifesta in concomitanza ad eventi importanti della vita (la perdita di una persona cara, il cambio di lavoro o di città, la fine di una relazione sentimentale, ecc.) che, più di altri, mettono la persona in discussione.
L’insicurezza, di per sé non è dannosa; anzi, in alcuni casi, può essere utile a farci compiere la scelta più giusta ed è, quindi, funzionale alla persona.
Tuttavia, l’insicurezza può diventare patologica quando, anziché essere legata ad una specifica situazione, diventa una sensazione che persiste nel tempo, che interessa più ambiti e che si fa sentire anche rispetto a banali decisioni quotidiane. Diventa un tratto di personalità che guida e condiziona quasi tutte le attività. In questi casi, l’insicurezza porta con sé la mancanza di fiducia nelle proprie capacità, l’abbassamento dell’autostima, un forte senso di fallimento, il timore di non essere in grado di fare le cose nel modo migliore e, addirittura, il timore di non riuscire a farsi volere bene dalle altre persone.
Tutto questo si esprime con diversi tipi di comportamento che, a seconda dei casi, possono essere più o meno patologici e che possono invalidare la vita di una persona

 

Le possibili cause dell’insicurezza

 

  • La mancata formazione della fiducia di base: con questo termine intendiamo quella considerazione positiva di sé che nasce nel bambino come diretta conseguenza della considerazione positiva manifestata nei suoi riguardi dalle persone più significative che lo circondano. Il bambino infatti inizialmente non è ancora capace di vedersi e valutarsi con i propri occhi e ha di se stesso un’immagine riflessa, quella cioè che vede negli occhi, innanzitutto, della madre e del padre. Se questa immagine è positiva egli acquisirà una considerazione positiva di sé, se invece è svalutativa, avverrà il contrario.
  • Il rapporto con il genitore o figure significative in particolar modo:

–       rifiuto o scarsa accettazione da parte del genitore

–       etichette familiari (il buono, il figlio inconcludente, il piccolo di casa…)

–       influenza di modelli familiari

  • Il perfezionismo: si tratta dell’insicurezza di chi non si accontenta mai delle proprie prestazioni ritenendole sempre lontane da quelle a cui si aspirerebbe. L’insicuro perfezionista mira sempre troppo in alto sentendosi spesso deluso, sconfitto e inadeguato
  • Traumi sociali o ambientali:

– eventi traumatici improvvisi e/o imprevedibili (malattie, catastrofi, perdita del lavoro, precarietà …)


Le difese

difese
La persona insicura per fronteggiare il suo disagio può mettere in atto delle strategie difensive che inizialmente risultano funzionali, in quanto aiutano l’insicuro ad evitare e ad non esporsi alla sofferenza che l’insicurezza genera, ma che se cronicizzate si rivelano responsabili di un comportamento relazionale controproducente per il benessere psicologico della persona.

Le strategie difensive più frequenti sono:

 

  • La chiusura


“se con gli altri sto male, preferisco stare da solo”

 

  • La fuga

“visto che non ce la faccio scappo”

 

  • L’evitamento

“non mi sento sicuro, quindi mi ritraggo”

 

  • L’acquiscenza

“non chiedo e non mi  oppongo per non essere rifiutata”

 

  • L’immobilità

“ ho paura di sbagliare, quindi non mi muovo”

 

  • La dipendenza:

“non ce la faccio, quindi mi aggrappo”

 

  •  La rinuncia al legame affettivo

“meglio senza di te che con te”

 

  • La ricerca insaziabile d’amore

“dimostrami che mi ami perché non ci credo”

 

  • L’ inseguimento di chi ci rifiuta

Più ti allontani più ti voglio

 

  • La seduttività


“Seducendoti, ti costringerò ad apprezzarmi”

 

  • L’eccesso di generosità

“Se non mi accetti per ciò che sono lo farai per ciò che ti do”

 

  • Il trasformismo camaleontico

“Sono come tu mi vuoi”

 

  • La finta forza

“Vi faccio vedere io chi sono”

 
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  • Il discredito dell’altro
  • “Più ti svaluto, più valorizzo me stesso”

     

    • La permalosità

    “Se mi critichi non ti perdono”

     

    • La rigidità

    “Sto bene così e non cambio”

     

    • La testardaggine

    “Guai a chi mi dice cosa devo fare”

     

    • Il vittimismo

    “Se non mi faccio compatire non mi presti attenzione”

     

    • Il rifiuto dell’aiuto

    Non voglio essere di peso a nessuno, quindi non voglio aiuto”

    Cosa fare?

     

    • Esplorare

    andare indietro nel tempo per capire da dove, da che

    cosa, da chi, la propria insicurezza possa essere

    originata

    • Comprendere

    Cercare di individuare i propri condizionamenti e le proprie difese che inizialmente sono state adottate per diminuire il disagio e che poi invece cronicizzandosi hanno generato disagi forse maggiori

     

    • Agire</span>

    Osservare molto attentamente le proprie reazioni emotive e i propri comportamenti attuali nel quotidiano, ricollegandoli ai propri condizionamenti e alle proprie difese, riconoscendoli come nocivi e quindi combattendoli per poterli eliminare.

     

    Ricordiamoci, infine, che così come la paura assecondata aumenta la paura, il coraggio conquistato incrementa il coraggio

     

    Ipocondria: cos’è

    lunedì, febbraio 11th, 2013

     

     

    L’ipocondria viene definita la preoccupazione  dovuta alla convinzione di avere una malattia grave. Tale convinzione erronea è causata dall’ interpretazione scorretta di alcune sensazioni corporee e persiste nonostante un’accurata valutazione medica escluda la presenza di una condizione di patologia tale da giustificare la preoccupazione ipocondriaca.

    L’Ipocondria può insorgere a qualsiasi età  anche se si sviluppa più spesso nella prima età adulta . E’ ugualmente comune in uomini e donne  e tipicamente insorge durante periodi di intenso stress, durante o dopo una grave malattia oppure dopo la perdita di un famigliare. L’ipocondria ha una durata superiore ai 6 mesi, ha spesso un decorso cronico, persiste per anni nel 50% dei casi.

    Le origini

    Il soggetto ipocondriaco ha un’immagine di sé caratterizzata dalla convinzione di essere una  persona fragile, vulnerabile  debole. Tale credenza è piuttosto generale e globale, ma costituisce uno dei perni intorno al quale si costruisce il senso della propria identità.
    Essa si forma nella prima infanzia nell’ambito delle relazioni con le figure significative di riferimento: spesso la figura d’attaccamento rispecchia tale immagine di debolezza in modo sistematico, ripetitivo, sia con messaggi espliciti che con atteggiamentiiperprotettivi.
    Va anche considerato che di solito le figure affettivamente significative nella vita adulta del paziente ipocondriaco confermano questa immagine.

    L’immagine di debolezza che il soggetto ipocondriaco tende ad avere di se stesso ha diverse sfumature. E’ non solo debolezza sul piano fisico, intesa come vulnerabilità alle malattie e come facile stancabilità, ma è anche debolezza sul piano psicologico intesa come tendenza a provare emozioni esagerate, ad avere difficoltà nel controllarle e dunque a poterne essere sopraffatti e impazzire.

    Tre scopi sono abitualmente coinvolti nei problemi ipocondriaci:

    • lo scopo di non essere malati;
    • lo scopo di non essere persone deboli e, connesso a questo, anche di non essere esageratamente ansiosi;
    • lo scopo di rispettare una regola di prudenza e perciò di essere all’altezza delle proprie responsabilità.

    Molto spesso, almeno in tutti i soggetti ipocondriaci con capacità critica, la preoccupazione ipocondriaca è considerata dai soggetti stessi una reazione esagerata che proprio perché tale, compromette lo scopo di ‘non essere deboli’ poiché facilmente suggestionabili, troppo emotivi, non pacati

     

    Come si manifesta

    Tipicamente, il soggetto ipocondriaco tende a sovrastimare  sensazioni corporee guidato dalla paura o dalla possibilità di poter contrarre una malattia grave e, nel tentativo di scongiurare questa possibilità, cerca costantemente rassicurazioni sia da parte dei medici che lo hanno in carico che attraverso la ricerca frequente di  informazioni sulla malattia da fonti diverse.

    Spesso, adotta  uno stile di vita simile a quello di un malato cronico o di un invalido ed evita attività che richiedono degli sforzi nel timore che questo possa nuocere alla  sua integrità fisica. Soffre molto e si lamenta della  salute parlandone lungamente con chiunque si renda disponibile ad  ascoltarlo. Questa modalità d’interazione con gli altri conduce spesso il soggetto ipocondriaco ad un progressivo logorio delle relazioni interpersonali, sia al di fuori che all’interno del nucleo familiare. .

    Anche le relazioni sociali e lavorative, infatti, vengono significativamente compromesse poiché l’ipocondriaco richiede continuamente rassicurazioni, non si sente compreso, pretende un trattamento privilegiato, monopolizza le discussioni su tematiche inerenti la propria malattia,  effettua eccessive  assenze dal lavoro.

    Il soggetto ipocondriaco, infine,  tende a mettere in atto comportamenti disadattivi con l’obiettivo di alleviare sofferenze e paure.  Questi comportamenti tendono a ripetersi e perpetuarsi nel tempo perché, nel breve termine, riducono l’ansia del soggetto. Nel lungo periodo, però, tali comportamenti mantengono in vita il disturbo. Vediamo come:

    – Maggiore è la quantità di tempo che il soggetto trascorre discutendo della propria salute, maggiore è la quantità di informazioni che raccoglierà circa eventuali condizioni mediche gravi e maggiore, di conseguenza, sarà la sua preoccupazione.

    – Rivolgendosi costantemente agli altri significativi per chiedere aiuto e rassicurazione, il soggetto ipocondriaco rinforza un’idea di sé stesso in quanto debole, vulnerabile, fragile e bisognoso degli altri

    –  Chiedere rassicurazione ai propri medici circa l’essere o meno affetti da una determinata patologia, espone a maggiore rischio di subire procedure diagnostiche (a volte non necessarie) che acutizzano l’ansia

    –  Non poter dare al paziente l’assoluta certezza dell’assenza del disturbo (raramente i test medici sono sicuri al 100% ma lo sono, magari, al 99%), lascia al soggetto spazio per dubitare dell’accuratezza della diagnosi medica (“Il dottore dice che il test è negativo ma forse ha sbagliato qualcosa”). Le persone incapaci di tollerare l’incertezza delle diagnosi mediche spesso persistono nel cercare rassicurazione nella speranza di ottenere test o diagnosi che possano fornire dati certi al 100%. Ovviamente, l’impossibilità di ottenere una diagnosi sicura al 100% non fa altro che alimentare la necessità di cercarla.

    Trattamento

    Dall’ipocondria si può guarire. Lo studio approdo vi offre questa possibilità  attraverso il trattamento cognitivo comportamentale che mira a:

    – una corretta psicoeducazione che contenga tutte le informazioni relative alla natura e al trattamento dell’ipocondria e che si basi su una formulazione del caso personalizzata e condivisa con il paziente
    – l’individuazione delle principali credenze disfunzionali del paziente e la promozione di interpretazioni alternative dei sintomi, dello stato di salute in generale e della propria vulnerabilità alla malattia
    – la riduzione dei fattori di mantenimento del disturbo quali la ricerca di rassicurazione, il body checking, l’evitamento ..
    – lo sviluppo di abilità di gestione dell’ansia
    – la riduzione del comportamento “da malato”, con ripristino del normale regime di attività
    – un lavoro sugli schemi cognitivi sottostanti (core belief di vulnerabilità)
    – l’intervento per l’elaborazione di eventuali traumi scatenanti

    La timidezza: da nemico a risorsa

    venerdì, settembre 14th, 2012

    La timidezza può essere definita un disagio di fronte ad estranei che si manifesta in un comportamento esitante, ritroso o impacciato in situazioni di natura sociale.

    La timidezza può essere occasionale quando fa la sua comparsa in situazioni nuove o comunque insolite per il soggetto, o tipica dovuta a un senso di inferiorità da addebitare ad una scarsa confidenza con se stessi o ad errori educativi in riferimento alla socializzazione.

     

    Le manifestazioni della timidezza

    Le manifestazioni fisiologiche che caratterizzano il timido sono legate a:

    –         disturbi della secrezione: eccessiva sudorazione, mancanza di salivazione, deglutizione anormale;

    –         disturbi della parola e della respirazione: contrazioni del torace, corde vocali rigide che implicano parola strozzata, respiro corto, balbuzie, respirazione aritmica, cambiamento di voce che talvolta è molto bassa ed incomprensibile;

    –         rigidità muscolare: incapacità di coordinare volontariamente i movimenti, esitazione, facilità di inciampare, di rompere oggetti, mancanza di equilibrio;

    –         sensazioni che il cuore stia per cedere, spossamento, rossore, stato di passività una volta terminata la crisi.

     

    Alla base di queste manifestazioni fisiologiche, vi sono manifestazioni psicologiche che sono le più numerose e che accomunano tutte le diverse forme di timidezza: innanzitutto si restringe in modo significativo la capacità di osservazione e il campo della coscienza. Una cosa soltanto colpisce il timido: la circostanza che lo intimidisce.

    La paura può essere avvertita come un’oppressione interna spaventosa insieme alla sensazione di soffocare e può anche essere seguita da intontimento e da inerzia, si fa forte il desiderio di fuga e il tentativo di respingerlo non fa che aumentare la paura.

    Questa sofferenza può essere generata anche alla sola idea di dover affrontare una situazione che si conosce e che si considera pericolosa, come ad esempio il rifiuto di partecipare ad una riunione, ad un pranzo o ad un appuntamento. Il rifiuto anticipato di tali situazioni fa spesso scatenare nei timidi dei malesseri fisici come mal di stomaco, senso di oppressione, aumento della frequenza cardiaca.

     

    Le famiglie della timidezza

    La timidezza può essere classificata in 6 grandi famiglie:

     

    –         Timidezza d’azione: è la paura di disturbare l’altro. I timidi di azione non vorrebbero contraddire gli altri per nessun motivo, non vorrebbero mai trovarsi a dover prendere un’iniziativa che potrebbe metterli a rischio di tradire un disaccordo da parte loro. A proprio agio in pubblico, non si oppongono mai, rifuggono le discussioni, evitano di porre domande precise durante le conversazioni. La loro paura del conflitto riflette il timore di essere poco stimati.

    –         Timidezza di prestazione: è l’impressione ossessiva e paralizzante che gli altri siano lì per giudicarci.

    –         Timidezza del quotidiano: gli incontri con un vicino, le chiacchiere con i colleghi possono essere un supplizio. I timidi del quotidiano temono sguardi, silenzi, situazioni di stasi. Il massimo del disagio a volte consiste nel percorrere un tragitto in automobile con una persona che non si conosce. Senso di paralisi, sudorazione e tensione interna riflettono questa paura di non saper funzionare la conversazione.

    –         Timidezza della rivelazione di sé: in questo caso la paura riguarda la rivelazione di sé. Questa famiglia di timidi in genere sono a proprio agio nelle conversazioni quotidiane ma si bloccano quando si sfiora la loro vita personale. Li si conosce da anni e ci rende conto di non saper niente di loro.

    –         Timidezza di visibilità: questa timidezza corrisponde all’angoscia di trovarsi a incrociare sguardi. Il timido di visibilità detesta,  per esempio, passare davanti ad un caffè all’aperto con le persone sedute ai tavoli.

     

     

    I timori della persona timida

    I rischi ed i timori percepiti dalla persona timida sono fondamentalmente 3:

    • Timore di non riuscire a controllare l’intensità del proprio disagio nei diversi contesti sociali
    • Timore di non controllare i segni visibili e fisiologici del suo disagio
    • Timore di essere respinto come naturale conseguenza del sentirsi a disagio

     

    Ma da che cosa può dipendere l’eccessiva timidezza?

    La timidezza può dipendere da una gestione inadeguata della propria emotività. La persona non riesce a temperare e a regolare le emozioni, queste possono emergere rapidamente e in maniera impetuosa, incontrollata, generare turbamento e inibire l’azione, il progetto o il desiderio della persona. In seguito a questo turbinio di emozioni la persona sperimenta un sentimento di frustrazione e di inferiorità nel relazionarsi con gli altri e nello stare positivamente a contatto con il mondo.

     

     

    Gestire la propria emotività e trasformare la timidezza da nemica a compagna di viaggio si può.

    Lo studio Approdo offre questa possibilità attraverso training individuali o training misti costituiti da incontri individuali e di gruppo volti alla focalizzazione del problema, al potenziamento della propria consapevolezza e conoscenza di sé e alla condivisione e universalizzazione delle difficoltà, acquisendo nuove pratiche relazionali più funzionali.

    Conosciamo l’ansia sociale

    domenica, settembre 25th, 2011

    Chi ne soffre

    L’ansia sociale è un disturbo che interessa gran parte della popolazione. Secondo alcune ricerche ne soffre una percentuale che varia dal 6 al 13 per cento della popolazione. Ciò significa che l’ansia sociale è molto più comune di quanto non si pensi e di conseguenza un numero molto alto di persone vive con difficoltà le situazioni sociali.

    Chi vive questa difficoltà in genere racconta di essersi sentito da sempre timido ed inibito oppure che l’ansia sociale è cominciata in adolescenza o nella prima età adulta.

    Anche se la differenza è lieve, le donne che soffrono di ansia sociale sono più numerose degli uomini. Inoltre, spesso, il sesso della persona determina anche una certa diversità nella tipologia delle situazioni temute. Ad esempio, gli uomini identificano l’uso del bagno pubblico come una delle situazioni più temute, mentre le donne andare ad una festa è al primo posto tra le circostanze che generano ansia e paura.

    In chi soffre di ansia sociale solitamente si riscontra la tendenza ad abbandonare la scuola o a frequentarla con un profitto più scarso rispetto alle effettive capacità della persona, a cercare lavori che richiedano un limitato contatto con gli altri o ad accettare incarichi di livello inferiore rispetto alle proprie competenze e ad avere più difficoltà relazionali.

    Questo non significa assolutamente che chi soffre di ansia sociale sia meno valido degli altri, ma solo che si trova a combattere contro un nemico in più.

     

     

     

    Le cause

    Non è possibile individuare la causa principale a cui attribuire con certezza l’origine di questo disagio. Le cause sono molteplici e spesso intrecciate tra loro e vanno in genere ricercate nell’interazione tra le caratteristiche genetiche e l’ambiente .

     

    Familiarità per i disturbi d’ansia

    Il fattore familiarità è uno degli elementi che incidono in modo decisivo sulla comparsa del disturbo; con questo termine si fa riferimento alla presenza tra i membri della famiglia di un disturbo d’ansia ( non necessariamente ansia sociale). Esisterebbe quindi una forma di predisposizione biologica ovvero una sorta di fragilità innata che, in presenza di condizioni facilitanti, può rendersi manifesta. Di conseguenza è possibile affermare che i fattori genetici, almeno in alcuni casi, giocano un ruolo significativo.

     

     

    Temperamento

    Il temperamento è espressione della variabilità tra gli individui ed è presente fin dalla nascita. Ci sono individui che nascono con un temperamento più calmo e riflessivo e che tendono a cercare meno gli stimoli sociali ed a interagire meno con gli altri. Questo può portare ad allenare meno le proprie abilità relazionali e a costruire una rete sociale poco allargata. Le persone con un temperamento calmo e riflessivo mostrano una maggiore timidezza ed una sensibilità più acuta agli stimoli sociali. Tendono quindi ad essere fin dall’infanzia più chiusi nei confronti degli altri.

    Fattori educativi

    Altre caratteristiche di tipo ambientale possono contribuire allo sviluppo dell’ansia sociale:

    Genitori ansiosi

    crescere con un genitore ansioso comporta la costante esposizione ad un modello di comportamento dal quale si può apprendere che c’è da preoccuparsi, che è giusto aver paura e che è meglio stare alla larga dalle situazioni pericolose.  Un genitore ansioso può inoltre rafforzare nel bambino comportamenti di evitamento. Ammonizioni e richiami continui in presenza di possibili pericoli non fanno che rafforzare nel bambino la convinzione che il mondo è pericoloso e che lui non ha la capacità necessarie di fronteggiarlo. L’iperprotezione può tenere i bambini lontani da esperienze formative e da occasioni utili per imparare a fronteggiare le paure e le difficoltà.

    Ipercriticismo

    A volte invece i genitori possono essere nei confronti dei figli esigenti ed ipercritici al punto da far radicare in essi la convinzione di dover essere sempre all’altezza, di non poter commettere errori e più in genere di dover sempre soddisfare le aspettative degli altri.

    Il bambino può imparare che il giudizio degli altri è fondamentale e convincersi che è essere criticati o disapprovati è veramente terribile. Inoltre un ricorso eccessivo alla critica può generare nel bambino la convinzione di non valer niente e scoraggiarlo ogni volta che ha l’occasione di mettersi in gioco.

    Isolamento sociale familiare

     

    A volte i genitori conducono una vita isolata e povera di contatti sociali, per timidezza, per mancanza di occasioni o per diffidenza nei confronti degli altri. In questo modo il bambino può essere privato delle occasioni per imparare ad avere interesse e fiducia negli altri, per abituarsi alla loro presenza e non aver timore. Inoltre, gli vengono a mancare occasioni concrete per imparare alcune abilità sociali di base come ad esempio salutare senza vergognarsi, esprimere le proprie idee, conversare senza timore.

    Altre volte accade che i genitori stessi siano diffidenti nei confronti degli altri e trasmettono ai figli la convinzione che “la gente è cattiva” che “è meglio tener per sé le proprie opinioni” o che “gli altri vogliono solo approfittarsi”.

    Apprendimento

    Alcune ricerche hanno evidenziato che le persone che soffrono di ansia sociale possono aver vissuto esperienze traumatiche legate alla relazione con l’altro.

     

     

    I sintomi

    Area del pensiero:

    • Costante preoccupazione riguardo a ciò che penseranno gli altri
    • Pensare che qualsiasi cosa si faccia o si dica sia sbagliata
    • Convinzione di non poter sostenere la situazione
    • Pensare di essere osservati da tutti
    • Convinzione che gli altri non provino ansia sociale
    • Essere molto critici verso se stessi

    Area del comportamento

    • Cercare di evitare la situazione
    • Evitare il contatto oculare
    • Cercare di non attirare l’attenzione
    • Provare a nascondere la propria difficoltà
    • Scusarsi senza ragione
    • Non dire NO quando si dovrebbe

    Area delle sensazioni somatiche

    • Tensione muscolare
    • Nausea
    • Rossore
    • Vampate di calore
    • Balbettio
    • Sudorazione
    • Batticuore

    Area delle emozioni e delle sensazioni

    • Senso generale di agitazione e di preoccupazione all’avvicinarsi della situazione temuta
    • Sensazione di incapacità
    • Sensazione di essere al centro dell’attenzione
    • Sensazione di imbarazzo

    Senso di sconfitta e tristezza al termine della situazione

    Le fasi dell’ansia sociale

    domenica, settembre 25th, 2011

    Attesa della situazione:

    L’idea stessa si dover affrontare una situazione  temuta ci provoca una forte reazione ansiosa:

    • i pensieri si rivolgono frequentemente al contesto
    •Si formano nella nostra mente immagini catastrofiche degli avvenimenti
    •L’ansia cresce man mano che si avvicina il momento temuto

    La situazione:

    L’ansia aumenta rapidamente, il cuore comincia a galoppare, nella mente cominciano a girare vorticosamente pensieri come: “Farò una figuraccia”, “ mi bloccherò”…

    Si innesca un circolo vizioso:

    •L’agitazione cresce
    •Si rafforzano i pensieri negativi
    •Comincia a radicarsi la convinzione di essere al centro dell’attenzione
    •Sembra di essere sotto un riflettore che mette in risalto il disagio provato

    La valutazione personale successiva :

    •Finalmente il momento dell’esposizione è finito
    •L’ansia lentamente scende ma lascia il posto alla feroce autocritica
    •Si cominciano a rivedere tutti i propri errori
    •La critica risulta ingiusta e non fa altro che abbattere e dare la sensazione di essere incapaci

    Ansia sociale

    domenica, settembre 25th, 2011

    L’ansia sociale è caratterizzata dalla paura intensa e persistente di affrontare le situazioni in cui si è esposti alla presenza e al giudizio degli altri.



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