Archive for the ‘attacchi di panico’ Category

Un assaggio di Mindfulness: prendersi cura di sé con consapevolezza

domenica, marzo 15th, 2015

 

 

Spesso ci facciamo travolgere dalle correnti di pensieri ed emozioni legati al passato e al futuro e viviamo la nostra vita come se avessimo il “pilota automatico” sempre inserito, perdendo il contatto con noi stessi e con ciò che realmente viviamo nel qui e ora. Conduciamo la nostra esistenza,  come se stessimo affrontando costantemente una gara di corsa. Corriamo senza riprendere mai fiato, senza avere la possibilità di osservare cosa c’è intorno a noi e perdiamo di vista anche dove vogliamo andare.

La Mindfulness può aiutarci a rallentare o a dare una direzione nuova alla nostra corsa.

Con il termine Mindfulness si intende  un atteggiamento della mente intenzionale, non giudicante,  una   modalità di essere attenti, con la testa e con il cuore, al dispiegarsi dell’esperienza, nel momento presente. Consiste nell’imparare a coltivare un distanziamento e una relazione decentrata con i nostri pensieri, riuscendo a vederli solo come semplici prodotti della nostra mente, come interpretazioni della realtà e non come la realtà stessa.

Questa nuova relazione con i nostri pensieri volta alla flessibilità e all’apertura,  ci permette di dialogare in modo più funzionale e positivo con noi stessi e di instaurare rapporti più soddisfacenti ed equilibrati con gli altri.

Finalmente possiamo condurre il nostro percorso non più correndo e soprattutto liberi di saper scegliere la direzione da seguire.
Durata: 6 incontri di 2 ore giovedì 17,00- 19,00 aprile 2015

Destinatari

Il Corso è rivolto a chiunque desideri imparare a stare bene con se stesso e con gli altri. E’ particolarmente indicato a chi ha come obiettivo quello di migliorarsi e di trovare  nuove  strategie  e strumenti efficaci  per favorire il benessere psicologico e relazionale della persona.

Il Corso è a numero chiuso (massimo 15 partecipanti) con prenotazione obbligatoria

 

Come si svolge

Il percorso si svolge in 6 incontri di gruppo di 2 ore, a cadenza settimanale. Il programma prevede:

  • Un addestramento graduale ed intensivo alla pratica di consapevolezza ed esercizi di stretching dolce consapevole, per sciogliere le tensioni e prendere contatto profondamente con il proprio corpo e il proprio respiro
  • Esercizi e pratiche per imparare a disattivare intenzionalmente gli automatismi dei pensieri, lasciare andare la tendenza alla proliferazione mentale e al rimuginare sulle esperienze spiacevoli.
  • Condivisione delle esperienze in gruppo, con esercizi di comunicazione e ascolto consapevole.

 

Programma del corso

  • Mindfulness: caratteristiche e prerequisiti
  • Noi  e il nostro smog psicologico: depuriamo la nostra mente attraverso la mindfulness
  • Cogito quindi mi stresso: come gestire lo stress attraverso la mindfulness
  • Apriamo la nostra valigia emotiva e incontriamo le nostre emozioni: le emozioni tristi, le emozioni arrabbiate, le emozioni vietate, le emozioni liberatorie
  • Mindfulness nel quotidiano: impariamo a mangiare, a lavarsi a guidare consapevolmente
  • Io e gli altri: mindfulness e  comunicazione

Calendario incontri

16 aprile 2015

23 aprile 2015

30 aprile 2015

7 maggio 2015

14 maggio 2015

21 maggio 2015

 

 

Il costo del  corso è di 100 euro  si svolgerà presso la Misericordia di Sesto Fiorentino per ricevere informazioni o iscriversi contattare Dott.ssa Sara Alberti alberti.sara@email.it

Superare l’insonnia

domenica, gennaio 4th, 2015

 

Cos’è l’insonnia


 

E’ una difficoltà di addormentamento e/o di mantenere il sonno, una sensazione di sonno scarsamente riposante che si verifica nel 10% della popolazione adulta

Si verifica con una frequenza di tre o più volte a settimana

Comporta un tempo di addormentamento  e un tempo di veglia infrasonno di cira 30 minuti

La sua durata è di almeno 6 mesi

Determina una marcata alterazione del funzionamento emotivo, cognitivo, socio- lavorativo durante il giorno

 

Tipi di insonnia

L’insonnia può essere di due tipi:

Primaria: è un tipo di insonnia che è indipendente da una causa medica o psichica

Secondaria può essere associata:

  • Patologie di natura medica (stati febbrili, patologie cardiocircolatorie, respiratorie, neurologiche, tumori)
  • Disturbi psicologici (disturbi d’ansia, disturbi depressivi..)
  • Eventi o fasi di vita stressanti

 

Come si verifica l’insonnia: seguiamo il suo percorso

 

DIFFICOLTA’ DI DORMIRE

Si verifica la focalizzazione attentiva

  • Ho difficoltà a dormire
  • Come faccio, se non riposo no lavorerò bene
  • Devo dormire a tutti i costi, ho delle giornate impegnative

Il sonno da comportamento automatico diventa pianificazione deliberata

  • Si investono molte energie
  • Si mettono in atto molte strategie volte al miglioramento del sonno

 

 

 

Le strategie messe in atto risultano poco efficaci

 

 

Si  verifica la autovalutazione continua del sonno e registrazione degli insuccessi

 

 

Sviluppo di componenti emozionali disfunzionali

Rabbia, ansia, paura

 

 

Sforzo

  •  Devo dormire per forza, mi devo impegnare

Consolidamento dell’insonnia

 

 

 

 

 

 

Le conseguenze dell’insonnia

  • Stanchezza sonnolenza e affaticabilità durante il giorno
  •  Problemi di concentrazione (sensazione che il cervello sia spento)
  •  Irritabilità e instabilità dell’umore, sensazione di maggiore vulnerabilità
  • Difficoltà nella vita quotidiana, familiare e lavorativa

 

Curare l’insonnia in 8 settimane

  1. Ricostruzione della propria storia personale inerente all’insonnia
  2. Ricostruzione della propria insonnia
  3. Comprensione del sonno e dell’insonnia
  4. Igiene del sonno: come fare per dormire meglio
  5. Tecniche di rilassamento
  6. Combattere la mente che pensa troppo (2 incontri)
  7. Valutazione degli obiettivi raggiunti o in via di completamento

 

 

 

 

Ipocondria: cos’è

lunedì, febbraio 11th, 2013

 

 

L’ipocondria viene definita la preoccupazione  dovuta alla convinzione di avere una malattia grave. Tale convinzione erronea è causata dall’ interpretazione scorretta di alcune sensazioni corporee e persiste nonostante un’accurata valutazione medica escluda la presenza di una condizione di patologia tale da giustificare la preoccupazione ipocondriaca.

L’Ipocondria può insorgere a qualsiasi età  anche se si sviluppa più spesso nella prima età adulta . E’ ugualmente comune in uomini e donne  e tipicamente insorge durante periodi di intenso stress, durante o dopo una grave malattia oppure dopo la perdita di un famigliare. L’ipocondria ha una durata superiore ai 6 mesi, ha spesso un decorso cronico, persiste per anni nel 50% dei casi.

Le origini

Il soggetto ipocondriaco ha un’immagine di sé caratterizzata dalla convinzione di essere una  persona fragile, vulnerabile  debole. Tale credenza è piuttosto generale e globale, ma costituisce uno dei perni intorno al quale si costruisce il senso della propria identità.
Essa si forma nella prima infanzia nell’ambito delle relazioni con le figure significative di riferimento: spesso la figura d’attaccamento rispecchia tale immagine di debolezza in modo sistematico, ripetitivo, sia con messaggi espliciti che con atteggiamentiiperprotettivi.
Va anche considerato che di solito le figure affettivamente significative nella vita adulta del paziente ipocondriaco confermano questa immagine.

L’immagine di debolezza che il soggetto ipocondriaco tende ad avere di se stesso ha diverse sfumature. E’ non solo debolezza sul piano fisico, intesa come vulnerabilità alle malattie e come facile stancabilità, ma è anche debolezza sul piano psicologico intesa come tendenza a provare emozioni esagerate, ad avere difficoltà nel controllarle e dunque a poterne essere sopraffatti e impazzire.

Tre scopi sono abitualmente coinvolti nei problemi ipocondriaci:

  • lo scopo di non essere malati;
  • lo scopo di non essere persone deboli e, connesso a questo, anche di non essere esageratamente ansiosi;
  • lo scopo di rispettare una regola di prudenza e perciò di essere all’altezza delle proprie responsabilità.

Molto spesso, almeno in tutti i soggetti ipocondriaci con capacità critica, la preoccupazione ipocondriaca è considerata dai soggetti stessi una reazione esagerata che proprio perché tale, compromette lo scopo di ‘non essere deboli’ poiché facilmente suggestionabili, troppo emotivi, non pacati

 

Come si manifesta

Tipicamente, il soggetto ipocondriaco tende a sovrastimare  sensazioni corporee guidato dalla paura o dalla possibilità di poter contrarre una malattia grave e, nel tentativo di scongiurare questa possibilità, cerca costantemente rassicurazioni sia da parte dei medici che lo hanno in carico che attraverso la ricerca frequente di  informazioni sulla malattia da fonti diverse.

Spesso, adotta  uno stile di vita simile a quello di un malato cronico o di un invalido ed evita attività che richiedono degli sforzi nel timore che questo possa nuocere alla  sua integrità fisica. Soffre molto e si lamenta della  salute parlandone lungamente con chiunque si renda disponibile ad  ascoltarlo. Questa modalità d’interazione con gli altri conduce spesso il soggetto ipocondriaco ad un progressivo logorio delle relazioni interpersonali, sia al di fuori che all’interno del nucleo familiare. .

Anche le relazioni sociali e lavorative, infatti, vengono significativamente compromesse poiché l’ipocondriaco richiede continuamente rassicurazioni, non si sente compreso, pretende un trattamento privilegiato, monopolizza le discussioni su tematiche inerenti la propria malattia,  effettua eccessive  assenze dal lavoro.

Il soggetto ipocondriaco, infine,  tende a mettere in atto comportamenti disadattivi con l’obiettivo di alleviare sofferenze e paure.  Questi comportamenti tendono a ripetersi e perpetuarsi nel tempo perché, nel breve termine, riducono l’ansia del soggetto. Nel lungo periodo, però, tali comportamenti mantengono in vita il disturbo. Vediamo come:

– Maggiore è la quantità di tempo che il soggetto trascorre discutendo della propria salute, maggiore è la quantità di informazioni che raccoglierà circa eventuali condizioni mediche gravi e maggiore, di conseguenza, sarà la sua preoccupazione.

– Rivolgendosi costantemente agli altri significativi per chiedere aiuto e rassicurazione, il soggetto ipocondriaco rinforza un’idea di sé stesso in quanto debole, vulnerabile, fragile e bisognoso degli altri

–  Chiedere rassicurazione ai propri medici circa l’essere o meno affetti da una determinata patologia, espone a maggiore rischio di subire procedure diagnostiche (a volte non necessarie) che acutizzano l’ansia

–  Non poter dare al paziente l’assoluta certezza dell’assenza del disturbo (raramente i test medici sono sicuri al 100% ma lo sono, magari, al 99%), lascia al soggetto spazio per dubitare dell’accuratezza della diagnosi medica (“Il dottore dice che il test è negativo ma forse ha sbagliato qualcosa”). Le persone incapaci di tollerare l’incertezza delle diagnosi mediche spesso persistono nel cercare rassicurazione nella speranza di ottenere test o diagnosi che possano fornire dati certi al 100%. Ovviamente, l’impossibilità di ottenere una diagnosi sicura al 100% non fa altro che alimentare la necessità di cercarla.

Trattamento

Dall’ipocondria si può guarire. Lo studio approdo vi offre questa possibilità  attraverso il trattamento cognitivo comportamentale che mira a:

– una corretta psicoeducazione che contenga tutte le informazioni relative alla natura e al trattamento dell’ipocondria e che si basi su una formulazione del caso personalizzata e condivisa con il paziente
– l’individuazione delle principali credenze disfunzionali del paziente e la promozione di interpretazioni alternative dei sintomi, dello stato di salute in generale e della propria vulnerabilità alla malattia
– la riduzione dei fattori di mantenimento del disturbo quali la ricerca di rassicurazione, il body checking, l’evitamento ..
– lo sviluppo di abilità di gestione dell’ansia
– la riduzione del comportamento “da malato”, con ripristino del normale regime di attività
– un lavoro sugli schemi cognitivi sottostanti (core belief di vulnerabilità)
– l’intervento per l’elaborazione di eventuali traumi scatenanti

La timidezza: da nemico a risorsa

venerdì, settembre 14th, 2012

La timidezza può essere definita un disagio di fronte ad estranei che si manifesta in un comportamento esitante, ritroso o impacciato in situazioni di natura sociale.

La timidezza può essere occasionale quando fa la sua comparsa in situazioni nuove o comunque insolite per il soggetto, o tipica dovuta a un senso di inferiorità da addebitare ad una scarsa confidenza con se stessi o ad errori educativi in riferimento alla socializzazione.

 

Le manifestazioni della timidezza

Le manifestazioni fisiologiche che caratterizzano il timido sono legate a:

–         disturbi della secrezione: eccessiva sudorazione, mancanza di salivazione, deglutizione anormale;

–         disturbi della parola e della respirazione: contrazioni del torace, corde vocali rigide che implicano parola strozzata, respiro corto, balbuzie, respirazione aritmica, cambiamento di voce che talvolta è molto bassa ed incomprensibile;

–         rigidità muscolare: incapacità di coordinare volontariamente i movimenti, esitazione, facilità di inciampare, di rompere oggetti, mancanza di equilibrio;

–         sensazioni che il cuore stia per cedere, spossamento, rossore, stato di passività una volta terminata la crisi.

 

Alla base di queste manifestazioni fisiologiche, vi sono manifestazioni psicologiche che sono le più numerose e che accomunano tutte le diverse forme di timidezza: innanzitutto si restringe in modo significativo la capacità di osservazione e il campo della coscienza. Una cosa soltanto colpisce il timido: la circostanza che lo intimidisce.

La paura può essere avvertita come un’oppressione interna spaventosa insieme alla sensazione di soffocare e può anche essere seguita da intontimento e da inerzia, si fa forte il desiderio di fuga e il tentativo di respingerlo non fa che aumentare la paura.

Questa sofferenza può essere generata anche alla sola idea di dover affrontare una situazione che si conosce e che si considera pericolosa, come ad esempio il rifiuto di partecipare ad una riunione, ad un pranzo o ad un appuntamento. Il rifiuto anticipato di tali situazioni fa spesso scatenare nei timidi dei malesseri fisici come mal di stomaco, senso di oppressione, aumento della frequenza cardiaca.

 

Le famiglie della timidezza

La timidezza può essere classificata in 6 grandi famiglie:

 

–         Timidezza d’azione: è la paura di disturbare l’altro. I timidi di azione non vorrebbero contraddire gli altri per nessun motivo, non vorrebbero mai trovarsi a dover prendere un’iniziativa che potrebbe metterli a rischio di tradire un disaccordo da parte loro. A proprio agio in pubblico, non si oppongono mai, rifuggono le discussioni, evitano di porre domande precise durante le conversazioni. La loro paura del conflitto riflette il timore di essere poco stimati.

–         Timidezza di prestazione: è l’impressione ossessiva e paralizzante che gli altri siano lì per giudicarci.

–         Timidezza del quotidiano: gli incontri con un vicino, le chiacchiere con i colleghi possono essere un supplizio. I timidi del quotidiano temono sguardi, silenzi, situazioni di stasi. Il massimo del disagio a volte consiste nel percorrere un tragitto in automobile con una persona che non si conosce. Senso di paralisi, sudorazione e tensione interna riflettono questa paura di non saper funzionare la conversazione.

–         Timidezza della rivelazione di sé: in questo caso la paura riguarda la rivelazione di sé. Questa famiglia di timidi in genere sono a proprio agio nelle conversazioni quotidiane ma si bloccano quando si sfiora la loro vita personale. Li si conosce da anni e ci rende conto di non saper niente di loro.

–         Timidezza di visibilità: questa timidezza corrisponde all’angoscia di trovarsi a incrociare sguardi. Il timido di visibilità detesta,  per esempio, passare davanti ad un caffè all’aperto con le persone sedute ai tavoli.

 

 

I timori della persona timida

I rischi ed i timori percepiti dalla persona timida sono fondamentalmente 3:

  • Timore di non riuscire a controllare l’intensità del proprio disagio nei diversi contesti sociali
  • Timore di non controllare i segni visibili e fisiologici del suo disagio
  • Timore di essere respinto come naturale conseguenza del sentirsi a disagio

 

Ma da che cosa può dipendere l’eccessiva timidezza?

La timidezza può dipendere da una gestione inadeguata della propria emotività. La persona non riesce a temperare e a regolare le emozioni, queste possono emergere rapidamente e in maniera impetuosa, incontrollata, generare turbamento e inibire l’azione, il progetto o il desiderio della persona. In seguito a questo turbinio di emozioni la persona sperimenta un sentimento di frustrazione e di inferiorità nel relazionarsi con gli altri e nello stare positivamente a contatto con il mondo.

 

 

Gestire la propria emotività e trasformare la timidezza da nemica a compagna di viaggio si può.

Lo studio Approdo offre questa possibilità attraverso training individuali o training misti costituiti da incontri individuali e di gruppo volti alla focalizzazione del problema, al potenziamento della propria consapevolezza e conoscenza di sé e alla condivisione e universalizzazione delle difficoltà, acquisendo nuove pratiche relazionali più funzionali.

attacchi di panico: guarire si può

domenica, ottobre 9th, 2011

Un attacco di panico si ha quando una persona diventa in breve tempo molto spaventata, molto ansiosa o molto a disagio in una situazione nella quale la maggior parte delle persone non proverebbe paura o malessere.Il primo attacco di panico si manifesta quasi sempre durante un periodo in cui tensione o stress sono elevati.
Si distinguono due categorie di fattori stressanti:

  • Fattori stressanti psicologici: ad esempio disaccordo con il partner o i parenti, morte o malattia in famiglia, problemi sentimentali, problemi finanziari o pressioni sul lavoro..
  • Fattori stressanti fisici: esaurimento da troppo lavoro, mancanza di sonno, ipoglicemia causata da una dieta…

Durante l’attacco di panico si possono avere i seguenti sintomi:

  • Respiro affannoso
  • Palpitazioni
  • Vertigini o giramenti di testa
  • Formicolii alle mani o ai piedi
  • Senso di costrizione e dolore al torace
  • Sensazione di soffocamento
  • Sentirsi svenire
  • Sudorazione
  • Tremori
  • Vampate di caldo o di freddo
  • Debolezza alle gambe
  • Visione annebbiata
  • Tensione muscolare
  • Impressione di non riuscire a pensare chiaramente o di non riuscire a parlare
  • Impressione che le cose intorno a noi non siano reali
  • Paura di morire
  • Paura di perdere il controllo o di comportarsi in modo imbarazzante

 

La maggior parte delle persone che soffrono per lungo tempo di attacchi di panico prima o poi iniziano ad evitare una o più situazioni per paura di avere in esse un attacco. Si parla in questi casi di evitamento.

Le situazioni più frequentemente evitate sono luoghi affollati, spazi aperti, autobus, treni, spazi chiusi, posti lontani da casa o dove comunque è difficile ottenere aiuto.

L’evitamento è dovuto principalmente a 3 fattori:

  • La persona evita la situazione perché crede che causi i suoi attacchi di panico
  • La persona evita la situazione per paura delle conseguente sociali che l’attacco di panico creerebbe
  • La persona evita le situazioni dove avere un attacco di panico potrebbe essere pericoloso

 

L’attacco di panico non è un compagno di viaggio per la vita ma con un trattamento specifico e con l’aiuto di un esperto può essere risolto.

Lo studio Approdo può essere d’aiuto per affrontare questo nemico ed  offre un percorso specifico mirato alla individuazione, alla focalizzazione, al trattamento e alla cura del problema



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