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La costruzione del patto adottivo

domenica, novembre 15th, 2009

La costruzione della genitorialità adottiva è un processo che travalica i confini temporali dell’evento che la genera: infatti, se l’adozione si colloca in un momento preciso della storia della coppia e del bambino, il giorno del primo incontro, la costruzione del legame genitoriale si estende in un orizzonte più ampio, in quanto affonda le sue radici nella storia precedente e prosegue ben oltre l’arrivo del bambino (Grimaldi, 2003). Bramanti (1998) parla più propriamente, infatti, di “Transition to Adoptive Parenthood” ovvero di transizione alla genitorialità adottiva , per sottolineare non solo questa dimensione processuale, ma anche l’elemento di rischio insito in ogni transizione familiare, particolarmente accentuato nell’adozione dai fattori di imprevedibilità che questa comporta e dal fatto che essa affondi le sue radici in una doppia mancanza : da parte della coppia la mancanza della realizzazione del bisogno di maternità e paternità e di discendenza, da parte del bambino la mancanza di una famiglia. La transizione adottiva è una transizione in sé rischiosa (Rosnati,Bramanti ,1998).
Come la coppia affronta questa complessa e delicata transizione non è affatto scontato, ma dipende da un intreccio di molteplici variabili (Quadrio, Aristarchi,Galardi,Verona, Goldstein, 2001). La sfida consiste essenzialmente nel costruire un legame genitoriale, un patto genitoriale in assenza di un legame di consanguineità e della condivisione di una parte significativa di storia (Bramanti, 2003). Il patto consiste in un incastro singolare ed irripetibile dei bisogni, delle aspettative e della storia di cui sono portatori i contraenti, ovvero il figlio, la coppia genitoriale e le famiglie d’origine, ed
è caratterizzato da una duplice reciprocità: da una parte la scelta, che coinvolge sia la coppia, posta di fronte ad un bambino, quasi sempre differente da quello atteso ed immaginato, sia il figlio stesso (Melegari, 2005). Dall’altra parte lo scambio di doni, all’origine del legame adottivo;
I genitori offrono infatti cura, protezione e una famiglia di cui il bambino è carente, ma anche il bambino porta con sé un dono : offre ai genitori la possibilità della genitorialità e della continuità familiare (Godbout, 2002).
Il patto genitoriale adottivo, dunque,come sostengono Scabini e Cigoli (2000), per poter essere costruttivo, deve tener conto di questa duplice reciprocità, deve elaborare le reciproche mancanze, incanalarle e trasformarle in un comune progetto – impegno generativo.
La costruzione di tale patto incontra il suo snodo critico nelle modalità con cui le generazioni coinvolte trattano i temi della differenza e della reciproca appartenenza (Nicolò, 2002).
Nel caso dell’adozione e, in particolare, dell’adozione internazionale,accanto alla differenza di genere e di generazione, vi è anche quella di stirpe. E’ data da caratteri genetici, ma anche di etnia, cioè di tradizioni, valori , classe sociale, religione e razza (Brodzinsky1995). Se nelle famiglie biologiche tale diversità si gioca all’interno del legame coniugale, nelle famiglie adottive questa riguarda anche l’asse genitori-figli. La sfida è, infatti, quella di fare di un bambino geneticamente e spesso anche etnicamente diverso un figlio proprio, senza per questo annullare la differenza (Brodzinsky, Lang, Smith, 1995).
Non a caso il tema della differenza – somiglianza è cruciale nelle dinamiche familiari adottive (Lacroix, 2006).
Le famiglie adottive, come sostengono Brodzinsky e Schechter (2000), possono utilizzare diverse strategie di coping per affrontare questo tema, tutte riconducibili ad un continuum che va dal rifiuto all’insistenza sulla differenza. Nel primo caso la differenza viene bandita dalla famiglia e fortemente negata.
L’evento adottivo è tenuto presente, ma in buona parte caratterizzato dall’alto grado di sentimenti negativi relativi alla differente appartenenza (Rosnati, 2003). Le differenze sono riconosciute , ma subito “messe tra parentesi”, nel tentativo dei genitori di assomigliare il più possibile alle famiglie biologiche. Non a caso l’adozione è considerata in queste famiglie un “ fatto fisiologico” ed è equiparata alla nascita; dunque, l’operazione che si compie è quella di assimilare il figlio adottivo al figlio biologico , cercando di negare tutto ciò che in qualche modo richiama la differenza di origini (Greco, Ranieri, 2003). Tale atteggiamento da dei genitori adottivi, può essere attribuita ad una mancanza di rielaborazione originale del patrimonio ricevuto dalle generazioni precedenti e ad un’eccessiva vicinanza emotiva alle famiglie d’origine (Luzzato, 2002). Il figlio da parte sua collabora al patto cercando di tacitare a sua volta la differenza di origine e proponendosi totalmente come figlio di quella famiglia adeguandosi passivamente ai modelli familiari imposti (Farri- Monaco, 1999).
Nel caso dell’insistenza sulla differenza, le famiglie manifestano la tendenza a ricondurre all’origine adottiva tutte le difficoltà e i problemi che via via sorgono nel rapporto genitori figli (Greco, Rosnati, 1998) .
Il figlio è vissuto sostanzialmente come un estraneo e gli aspetti negativi del suo comportamento sono imputati alle sue origini. Da parte sua il figlio conferma la sue estraneità alla famiglia (Bramanti, 2003). Anche in questo caso, come nel tipo precedente, si riscontrano nella coppia coniugale difficoltà nel processo di separazione rispetto alle famiglie d’origine che si esprimono o nella direzione della frattura, o in quella, diametralmente opposta, di un’eccessiva somiglianza (Cantù, 1999).
Al centro del continuum vi è il riconoscimento delle differenze, che si fonda sull’accettazione delle stesse che vengono ricomprese all’interno della storia familiare, e sulla ricerca della somiglianza, vale a dire la scoperta di punti (tratti caratteriali, abitudini, interessi) in comune (La Rosa, 2003).
L’adozione in queste famiglie non solo è entrata a far parte della storia familiare, ma ha portato una ricchezza di cui tutti i membri usufruiscono. Sono famiglie che ritengono di avere qualcosa in più rispetto ad altre , non in senso idealizzante, ma attraverso una presa di coscienza comune, e spesso anche dolorosa, della realtà dell’adozione (Miliotti, 2003). Si tratta di famiglie in cui si respira una certa libertà non solo nel ripercorrere la storia dell’adozione, ma anche nell’esplicitare i sentimenti, positivi e negativi, ad essa connessi (Cattabeni, 2005). In questa situazione il figlio, supportato dai genitori, è riesce nell’intento di mettere insieme le parti e dare un senso alla sua storia, facendo un faticoso cammino di riappropriazione delle proprie origini e di accettazione dell’abbandono che ha segnato la sua vita (Galli, Viero, 2005). I genitori sono generalmente grati verso le loro famiglie d’origine per quanto da esse hanno ricevuto,pur nel riconoscimento di eventuali difetti e mancanze, e l’adozione è vissuta come mezzo per trasmettere alla generazione successiva ciò che si è ricevuto da quella precedente (Greco, Rosnati, 1998). Si constata inoltre una buona adesione da parte delle famiglie d’origine alla scelta adottiva e un ‘accoglienza corale del nuovo arrivato (Farri, Pironti, 2000). In questi casi possiamo dire che l’incastro è riuscito e le rispettive mancanze (di maternità e di paternità da parte degli adulti e di una famiglia da parte del bambino) si sono trasformate in un progetto generativo comune (Scabini, Cigoli, 2000).
La famiglia adottiva si trova dunque a dover trovare un equilibrio dinamico tra due poli altrettanto rischiosi : da una parte l’assimilazione del figlio adottato alla condizione di figlio biologico, il che nega la sua peculiare condizione, dall’altra l’accentuazione della differenza che, vissuta come estraneità e diversità, porta al fallimento dell’integrazione del figlio adottivo nella storia familiare, giungendo persino all’espulsione (Scabini, Cigoli, 2000).
La tentazione di operare una semplificazione della realtà, eliminando uno dei due poli, la somiglianza o la differenza, o saltando dall’uno all’altro è di fatto sempre possibile , soprattutto nei momenti di maggiore difficoltà e tensione nella relazione genitoriale (Scabini, Rossi, 2002) . Il pericolo sempre in agguato è che il differente si trasformi in estraneo e, così, non riconoscibile e non assimilabile all’interno dei legami familiari e che il somigliante diventi colui che per essere accettato si uniforma, si mimetizza (Kaes, 1998).
In conclusione, come affermano Scabini e Cigoli (2000), la costruzione del patto adottivo implica una particolare cura della differenza che non è semplice accettazione, ma riconoscimento e valorizzazione dell’originalità di cui il figlio è portatore .
Ma quali sono i compiti di sviluppo che rendono la transizione adottiva costruttiva per tutti i soggetti coinvolti? Come abbiamo già precedentemente sottolineato il patto adottivo implica, in particolare, la costruzione delle genitorialità e della filiazione adottive (Iafrate, Rosnati, 2006).
La genitorialità rimanda contemporaneamente,come affermano Guidi e Tosi (1996), alla rappresentazione di sé nel ruolo di genitore, all’immagine mentale del figlio e alla percezione della qualità della relazione tra sé e il figlio. E’ inoltre il risultato dell’azione comune della coppia nei confronti della generazione successiva (Forcolin, 2003). In particolare, la genitorialità adottiva richiede un processo interiore di legittimazione al ruolo genitoriale, che ha come effetto sia il sentirsi genitori a pieno titolo sia il sentimento di appartenenza alla famiglia di quel figlio specifico. (Bandini, 2007).
D’altronde investire sul figlio comporta anche il riconoscerlo come continuatore della propria storia familiare . Insieme al cognome, infatti, i coniugi affidano al figlio parte del patrimonio che hanno ricevuto dalle generazioni precedenti (Guidi, Tosi, 1996).
Dunque, il primo compito di sviluppo che i genitori si trovano ad affrontare potrebbe essere così sintetizzato : rinnovare la storia delle generazioni facendo diventare familiare un’origine diversa( Franklin, 1999 ). Il bambino infatti entra nella trama delle relazioni familiari modificandola profondamente ed anche la generazione dei nonni è direttamente coinvolta nella transizione adottiva che, come ogni transizione, riguarda più generazioni contemporaneamente. I nonni devono infatti mantenere la fiducia nei figli anche e soprattutto di fronte ad una scelta impegnativa e rischiosa come quella di adottare. Tocca a loro, inoltre, accogliere l’adottato come continuatore della storia familiare e accettare il fatto che l’eredità, sia affidata a un membro geneticamente estraneo (Di Nuovo, Scaffidi- Abbate, Lizzio, 1999).
Il secondo compito è definito da Scabini e Cigoli (2000) “mediazione con il sociale”. Tocca , infatti, ai genitori dare supporto al figlio adottivo affinchè si inserisca a pieno titolo nel tessuto sociale; ciò richiede d’altronde un’accoglienza da parte della società stessa. Possiamo dunque dire che, accanto all’adozione del minore da parte della famiglia e della rete parentale, occorre anche una sorta di “ adozione sociale “(Farri- Monaco, 1998). Ciò è tutt’altro che facile. Lo stigma che colpisce le famiglie adottive può essere ulteriormente rafforzato dal pregiudizio etnico nei confronti del figlio di altra etnia rendendo assai difficile l’inserimento sociale (Lorenzini, 2004).

Genitorialità adottiva

mercoledì, novembre 11th, 2009

“Un giorno un papà voleva avere un figlio e non lo trovava. Un giorno lo trovò, però per adottarlo ci voleva una madre. Allora il padre si sposò con la sua innamorata che si chiamava Maria e vissero felici e contenti”(Andolfi, 2000, pag. 135). Questo breve racconto scritto da un bambino di sei anni, riporta il modo in cui è cominciata la sua storia adottiva. Le sue semplici parole esprimono il desiderio di poter vivere la sua esperienza di figlio in una relazione d’amore. La storia si presta a tante letture e interpretazioni, ma due aspetti assumono un particolare rilievo. Da una parte, il bambino vede un papà che esprime la volontà di paternità; dall’altra, la necessità che, per realizzare un simile progetto, ci sia bisogno non solo di una madre, ma soprattutto di una coppia che si ami. E, come ogni favola che si rispetti, il lieto fine è garantito soltanto dalla solidità di questo patto affettivo (D’Andrea, 2000).
Forse il desiderio del bambino di sottolineare la necessità della presenza di una coppia genitoriale può scaturire dalla delusione di un precedente patto tradito; o, più semplicemente dal fatto di possedere le giuste coordinate su quali persone servono per fare una famiglia. Questo rappresenta il presupposto della genitorialità adottiva (D’Andrea, 2000).
La genitorialità adottiva ha una valenza particolare, in quanto si iscrive nell’orizzonte della generatività sociale (Erikson, 1982). Con tale termine l’autore intende “ la preoccupazione di creare e di dirigere una nuova generazione “ che si esplicita “ nella capacità di prendersi cura delle persone, dei prodotti e delle idee verso cui si è preso un impegno”(Erikson, 1982, pag 88). Si tratta di un concetto più ampio di quello di procreazione , poiché riassume sia i caratteri della procreatività sia quelli della produttività e della creatività, tipicamente svincolati dal piano biologico e riferibili al piano simbolico (Mazzoli, Spadoni, 2005). Così l’ethos generativo, secondo Erikson (1982) , porta nel tempo a una “ più universale cura centrata sul miglioramento qualitativo delle condizioni di vita “ (Erikson, 1982, pag 91) della generazione successiva.
Snarey (1993) riprende il concetto di generatività di Erikson e ne individua tre tipi:
– la generatività biologica, il dare la vita;
– la generatività parentale, ovvero la cura dei figli propri e la capacità di sviluppare le loro potenzialità e la loro autonomia ;
– la generatività sociale, che indica il prendersi cura della generazione successiva. Si riferisce dunque a un coinvolgimento più ampio con questa e al contributo creativo alla società in generale.

La costruzione del legame adottivo si pone quindi “al confine” o, meglio, come punto d’incontro tra generatività parentale e generatività sociale: la genitorialità adottiva si sostanzia infatti sia della genitorialità parentale, assumendosi la cura di un bambino come figlio proprio, sia della generatività sociale, in quanto impegno che oltrepassa i confini del proprio gruppo familiare e diventa nell’adozione internazionale il prendersi cura di un membro appartenente a un’altra cultura e spesso anche ad un’ altra etnia (Scabini, Cigoli, 2000).
Potremmo pertanto definire la genitorialità adottiva come una forma di genitorialità sociale, in cui il legame genitoriale si struttura in assenza di una continuità genetica, l’appartenenza familiare si fonda sul riconoscimento di una differente origine e la genitorialità stessa nasce ed è legittimata come risposta a un bisogno sociale (Rosnati 1998). Testo che spiega il metodo  con presentazioe e link alla formazione



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