Crisi economica nemica dell’autostima e amica della depressione

settembre 16th, 2012 by admin

 

Tempi duri. Recentemente la disoccupazione ha superato l’8,5% e quella giovanile sfiora il 30%. La crisi economica costringe un po’ tutti a “tirare la cinghia” ma per quanti perdono il lavoro, questa è ben più di una metafora.

La perdita del lavoro mette in crisi non soltanto la condizione economica di chi ne è colpito, ma la sua persona in quanto tale: l’immagine  che abbiamo di noi stessi, elemento essenziale per il benessere psicologico e l’equilibrio emotivo, dipende fortemente dal nostro ruolo sociale, e, quindi, anche dal lavoro.

La perdita di ruolo, inoltre, può trascinare con sé anche l’interruzione di molte relazioni sociali e il senso di sicurezza che danno.

Queste due componenti di un possibile crollo psicologico pesano di più se sono tanti gli anni dedicati al lavoro e quanto più prestigiosa era la posizione raggiunta.

Come se non bastasse, alla perdita del lavoro può far seguito una perdita di autostima, un fattore che dipende dalla causa a cui si attribuisce la responsabilità di quanto successo.

Così, se si è di fronte a una riduzione del personale che colpisce un intero reparto, la condizione subita non viene attribuita a se stessi, ma a fattori esterni. Invece del senso di colpa possono intervenire la percezione di un’ingiustizia subita, la consapevolezza di essere di fronte a un problema comune. Ma quando il licenziamento colpisce  indiscriminatamente è facile finire per incolpare se stessi.

Inoltre se la disoccupazione perdura a lungo il crollo dell’autostima risulta più significativo.

All’inizio, come per ogni perdita, si tende ad assumere un atteggiamento di rifiuto rispetto a quanto avvenuto, accompagnato dall’idea che in un modo o nell’altro se ne verrà fuori.

Se però per mesi non si profila l’opportunità di un nuovo lavoro e i tentativi di trovarlo sono sistematicamente frustrati, inizia a far capolino il pessimismo e l’idea di essere incapaci di adattarsi a nuove situazioni  e a colpevolizzarsi per il perdurare della situazione. Da qui alla rassegnazione e al ripiegamento su se stessi il passo è breve.

E’ possibile resistere a questa spinta negativa? La capacità di rispondere alle avversità, varia da persona a persona ed è legata a quella che noi psicologi chiamiamo resilienza, un termine preso in prestito dalla fisica che indica la capacità di un materiale sottoposto ad una pressione di non rompersi e di tornare alla propria forma originale.

Il livello di resilienza di ciascuno di noi dipende da molti fattori, dalla nostra genetica, al rapporto con i nostri genitori, dall’ambiente che ci circonda fino alle nostre convinzioni, ma la cosa importante è che la resilienza non è fissata una volta per tutte ma è un processo che può essere sviluppato e accresciuto.

Come fare per accrescere questo processo?

  • Puntare prima sulla conoscenza di se stessi, ponendo l’attenzione sui propri limiti e sulle proprie potenzialità
  • Potenziare la valutazione cognitiva degli eventi attraverso il lavoro sui pensieri automatici, sulle trappole cognitive e sul sistema di convinzioni.
  • Sviluppare  abilità e risorse personali come la flessibilità cognitiva di fronte ai problemi, il senso dell’ autoefficacia e delle capacità volizionali.
  • Adeguamento delle aspettative e degli obiettivi e l’acquisizione dell’ottimismo realistico.

Tutto questo può  sostenere e tenere in equilibrio la propria autostima che può essere un valido alleato in questo momento di difficoltà. L’autostima non ci darà la possibilità certa di trovare un nuovo lavoro ma ci consentirà di mantenere vive e attive le nostre energie e risorse che sono fondamentali per fronteggiare la crisi



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