Genitorialità adottiva

novembre 11th, 2009 by admin

“Un giorno un papà voleva avere un figlio e non lo trovava. Un giorno lo trovò, però per adottarlo ci voleva una madre. Allora il padre si sposò con la sua innamorata che si chiamava Maria e vissero felici e contenti”(Andolfi, 2000, pag. 135). Questo breve racconto scritto da un bambino di sei anni, riporta il modo in cui è cominciata la sua storia adottiva. Le sue semplici parole esprimono il desiderio di poter vivere la sua esperienza di figlio in una relazione d’amore. La storia si presta a tante letture e interpretazioni, ma due aspetti assumono un particolare rilievo. Da una parte, il bambino vede un papà che esprime la volontà di paternità; dall’altra, la necessità che, per realizzare un simile progetto, ci sia bisogno non solo di una madre, ma soprattutto di una coppia che si ami. E, come ogni favola che si rispetti, il lieto fine è garantito soltanto dalla solidità di questo patto affettivo (D’Andrea, 2000).
Forse il desiderio del bambino di sottolineare la necessità della presenza di una coppia genitoriale può scaturire dalla delusione di un precedente patto tradito; o, più semplicemente dal fatto di possedere le giuste coordinate su quali persone servono per fare una famiglia. Questo rappresenta il presupposto della genitorialità adottiva (D’Andrea, 2000).
La genitorialità adottiva ha una valenza particolare, in quanto si iscrive nell’orizzonte della generatività sociale (Erikson, 1982). Con tale termine l’autore intende “ la preoccupazione di creare e di dirigere una nuova generazione “ che si esplicita “ nella capacità di prendersi cura delle persone, dei prodotti e delle idee verso cui si è preso un impegno”(Erikson, 1982, pag 88). Si tratta di un concetto più ampio di quello di procreazione , poiché riassume sia i caratteri della procreatività sia quelli della produttività e della creatività, tipicamente svincolati dal piano biologico e riferibili al piano simbolico (Mazzoli, Spadoni, 2005). Così l’ethos generativo, secondo Erikson (1982) , porta nel tempo a una “ più universale cura centrata sul miglioramento qualitativo delle condizioni di vita “ (Erikson, 1982, pag 91) della generazione successiva.
Snarey (1993) riprende il concetto di generatività di Erikson e ne individua tre tipi:
– la generatività biologica, il dare la vita;
– la generatività parentale, ovvero la cura dei figli propri e la capacità di sviluppare le loro potenzialità e la loro autonomia ;
– la generatività sociale, che indica il prendersi cura della generazione successiva. Si riferisce dunque a un coinvolgimento più ampio con questa e al contributo creativo alla società in generale.

La costruzione del legame adottivo si pone quindi “al confine” o, meglio, come punto d’incontro tra generatività parentale e generatività sociale: la genitorialità adottiva si sostanzia infatti sia della genitorialità parentale, assumendosi la cura di un bambino come figlio proprio, sia della generatività sociale, in quanto impegno che oltrepassa i confini del proprio gruppo familiare e diventa nell’adozione internazionale il prendersi cura di un membro appartenente a un’altra cultura e spesso anche ad un’ altra etnia (Scabini, Cigoli, 2000).
Potremmo pertanto definire la genitorialità adottiva come una forma di genitorialità sociale, in cui il legame genitoriale si struttura in assenza di una continuità genetica, l’appartenenza familiare si fonda sul riconoscimento di una differente origine e la genitorialità stessa nasce ed è legittimata come risposta a un bisogno sociale (Rosnati 1998). Testo che spiega il metodo  con presentazioe e link alla formazione



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